World Social Forum, Brasile 2009, alternative al modello di sviluppo

29 gennaio 2009

Il World Social Forum è uno spazio aperto, plurale, apartitico, non governativo dedicato allo stimolo di dibattiti, riflessioni e proposte, nonché allo scambio di esperienze tra organizzazioni e movimenti concretamente impegnati nella costruzione di un mondo più solidale, più democratico, più pulito.

Promuove la diversità e la co-responsabilità, cerca alternative al neoliberismo e al capitalismo, interrogandosi sul significato di “sviluppo”.

Quest’anno si svolge a Belem, in Brasile, dal 27 gennaio all’ 1 febbraio e ospita oltre 5500 organizzazioni. Temi centrali del Forum sono la crisi economica mondiale, i cambiamenti climatici e le alternative al modello di sviluppo. 

La prima edizione si è svolta nel 2001, sempre in Brasile (a Porto Alegre), con l’idea di contrastare il World Economic Forum, che raduna ogni anno a Davos, in Svizzera, i rappresentanti del capitalismo globale. L’idea di dare vita al Forum fu di Bernard Cassen, l’allora direttore del giornale “Le monde diplomatique”, nonché il presidente di A.T.T.A.C. in Francia.

” Ha preso il via con una grande celebrazione indigena e una marcia per le strade della città di Belem la nona edizione del World Social Forum (Fsm), in Amazzonia. L’evento si è aperto con un ‘pasto sacro’ in omaggio ai popoli africani che hanno ospitato l’ultima edizione del Forum a Nairobi (Kenya). Gli indigeni hanno preso la testa del corteo invitando gli almeno 100mila partecipanti al Forum, e insieme a essi tutta la città di Belem, a camminare insieme portando bandiere, striscioni e simboli delle proprie lotte. Un colorato corteo ha percorso Avenida Presidente Vargas, Avenida Nazarè, Admirante Barroso, Praca do Operario dove un palco ha ospitato altre cerimonie dei popoli indigeni provenienti da ogni parte del pianeta. La giornata di mercoledì sarà dedicata ai 500 anni di resistenza, conquiste e prospettive delle popolazioni indigene. Gli eventi principali si svolgeranno su tre palchi distribuiti tra i campus che verteranno principalmente su: cambiamenti climatici e giustizia ambientale, diritti umani, lavoro, migrazioni, fine della criminalizzazione dei movimenti sociali, terra, territorio, identità, sovranità alimentare “L’unità

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Città per non incontrarsi

26 gennaio 2009

 Le strade continuano a guardarci di .chourmo.

 

 

penso sempre alla mia città

attraversata da folli automobiline

condotte da corpi ciechi

e mutilati da cubetti di porfido

schizzati via

cimiteri lapidati

in foreste senza alberi

quartieri che più non respirano

desolazione di incendi boschivi

penso sempre alla mia città

e il degrado attanaglia lo stomaco

prima di vomitare nuove parole

 

(Marco Saya- Situazione temporanea)

 

 

 

Guardiamo le nostre città. Dove sono i giovani? Dove sono i bambini? Gli adulti? I vecchi? 

Guardiamo queste città: sono dei dormitori, dei luoghi di passaggio; sono popolate solo finché sono aperti gli esercizi commerciali, poi c’è il coprifuoco. Tranne rare eccezioni, non ci sono più luoghi di aggregazione. Gli spazi che un tempo erano destinati all’incontro, alle relazioni sociali, ora non hanno più quella funzione.

La domenica pomeriggio le strade sono deserte, le piazze vuote. Così il sabato sera e così tutte le sere, dopo che l’ultimo negozio ha abbassato la saracinesca. Sono tutti in casa? No!

Sono al centro commerciale!

I centri commerciali causano la periferizzazione delle città e l’isolamento dell’uomo. Traboccano di persone, ma tutte sono cellule isolate che non fanno parte dello stesso tessuto. Ognuno vive per sé e con sé. Il tessuto sociale si è ridotto a brandelli, sfibrato e lacerato.

Qualche gruppo di ragazzi sosta davanti ad un negozio, non lontano da un gruppo di ragazze.

C’è la voglia di avvicinarsi (l’uomo è un animale sociale) anche in un centro commerciale, il tempio degli acquisti, l’ultimo anello del capitalismo e sciagurata invenzione importata dall’America! Subito abbiamo assimilato e metabolizzato questo agglomerato di punti vendita americano. Il centro commerciale è nato per vendere di più e meglio, non per dare un servizio ai cittadini. Non è affatto romantico né costruttivo né appagante…

 

Dieci anni fa in alcune zone, soprattutto del Sud, non c’erano queste forme distribuzione commerciale e ci si incontrava in piazza. Infatti, lo scopo delle uscite era l’incontro puro e semplice, il desiderio di comunicazione, di scambio reciproco tra giovani e meno giovani.

 

Oggi ci annoiamo tutti, non sappiamo dove andare e comunque, la nostra scelta cade sempre su una soluzione a pagamento.

Jeremy Rifkin parla dell’era dell’accesso, dove tutto si paga: l’accesso alle esperienze culturali è a pagamento: viaggi, parchi, sport, ristorazione, cinema, tv, internet. “mentre l’era industriale è stata caratterizzata dalla mercificazione del lavoro, l’era dell’accesso è caratterizzata dalla mercificazione del divertimento. Le multinazionali dei media sfruttano le risorse culturali locali di ogni angolo del pianeta, manipolandole, presentandole come merci d’intrattenimento e fruizione culturale.”

La produzione culturale rappresenta la fase finale del modo di vita capitalistico, per convertire tutti i rapporti in rapporti economici.

 

L’uomo ha bisogno di comunicare, di stare con i suoi simili, condividere con altri le sue esperienze. Non cerchiamo, forse, di fare lo stesso anche con Internet? Ed anche Internet è a pagamento!

 

 


I Partigiani della decrescita contro i predatori del pianeta

25 gennaio 2009

SINTESI DELLA LEZIONE DI SERGE LATOUCHE (Roma, 2 dicembre 2008 )

 

Nell’ambito del corso di “Antropologia applicata ai processi di sviluppo” presso “La Sapienza”, il maggior avversario dell’occidentalizzazione del pianeta e sostenitore della decrescita conviviale e del localismo, Serge Latouche, esordisce con la buona notizia della fine del Governo Bush, ma sottolinea come la vittoria di Obama sia da imputare alla crisi economica.

 

“Questa crisi è una cosa buona perché ci permette di capire come sia dannosa la corsa alla Crescita (alias Sviluppo) fine a se stessa e sperare di cambiare direzione, riconoscendo il fallimento del capitalismo. Occorre approfittare di questa opportunità. Infatti, solo uno choc forte può salvarci dalla distruzione del pianeta: non è fantascienza la sesta scomparsa della specie sulla Terra, quella dell’uomo, il quale ne è al tempo stesso causa e vittima. Ogni giorno scompaiono sul pianeta più di 200 specie animali, si tratta di batteri…, ma mentre i dinosauri si sono estinti nel corso di un processo lungo milioni di anni, a noi basterebbero pochi decenni. E’ d’obbligo qui il richiamo alla scomparsa delle api, a causa dei pesticidi e dei concimi chimici, da abolire perché fanno male anche alla terra, che deve avere il suo tempo naturale per rigenerare le sostanze nutritive.

 

I Governi, in seguito alla crisi, hanno dichiarato di dover tornare subito alla crescita; ma è proprio la rincorsa alla crescita che ha causato i danni, non solo economici, di oggi (pensiamo allo stress, all’abuso di antidepressivi, al workaholism, cioè la dipendenza dal lavoro, e a tutti i disagi dell’uomo, anche di quello benestante).

 

Ormai non si cresce più. La soluzione per salvare l’umanità, intesa non solo come specie, è nella decrescita. “Decrescita” è uno slogan.

 Decrescita non significa crescita negativa, che è un ossimoro. La crescita negativa porta disoccupazione, sofferenza…, i Governi non avrebbero risorse per assicurare la sanità, l’istruzione, la tutela dell’ambiente, la cultura… Sarebbe meglio parlare di acrescita, cioè di abbandono della religione della Crescita, intesa come unico obiettivo desiderabile dal genere umano. Il benessere è altra cosa dalla rincorsa ai consumi, alla speculazione finanziaria…

 

Latouche dichiara: “Io sono della sinistra estrema, ma la sinistra ha imboccato la strada sbagliata del mito della torta (PIL)”, credendo che una torta più grande avesse portato più briciole a tutti. Non è stato così e non sarà così.

La torta è cresciuta distruggendo l’ambiente. L’impronta ecologica, che indica quanti ettari di terra produttiva vengono utilizzati per il sostentamento di ogni persona, supera del 40% la capacità delle risorse di rigenerarsi. Se tutti consumassero quanto gli Italiani ci vorrebbero quasi 4 pianeti  per soddisfare le esigenze; mentre seguendo lo stile degli Americani ci occorrerebbero 6 pianeti.

 In un anno distruggiamo ciò che la natura ha fatto in milioni di anni. Il consumo di un litro di petrolio brucia 5 mq di foresta…

 

Inoltre, siccome non era più possibile crescere realmente, Greenspan & Co. Hanno inventato la crescita virtuale, la finanza creativa…

 

Herman Daly ha elaborato un Genuine Progress Indicator (GPI), cioè l’indicatore del progresso genuino, sottraendo al PIL le spese necessarie per riparare ai danni prodotti dalla crescita del PIL stesso. Infatti, più si consumano beni e più si distruggono risorse e si crea inquinamento a cui dover rimediare.

Non si deve più aumentare la torta, ma condividerla e cambiare ricetta, facendo in modo che gli Africani possano consumare di più e noi molto di meno.

 

Per realizzare la decrescita occorre agire localmente. Non si può applicare un modello universale, in quanto la decrescita non è un’alternativa, ma una matrice di alternative.

 

La ricetta è costituita dalle OTTO R:

 

  1. RIVALUTARE
  2. RICONCETTUALIZZARE
  3. RISTRUTTURARE
  4. RIDISTRIBUIRE
  5. RILOCALIZZARE
  6. RIDURRE
  7. RIUTILLIZARE
  8. RICICLARE

 

e dai 10 PUNTI DEL PROGRAMMA POLITICO:

 

  1. ritrovare un’impronta sostenibile
  2. ridurre i trasporti con ecotasse
  3. rilocalizzare le attività
  4. restaurare l’agricoltura contadina
  5. ridurre il tempo di lavoro e aumentarne i posti
  6. aumentare i beni relazionali: amicizia, sapere…
  7. ridurre lo spreco di energia di un fattore 4
  8. ridurre la pubblicità
  9. riorientare la ricerca tecnico-scientifica
  10. riappropriarsi del denaro con monete locali.

 

Per approfondimenti sulla ricetta della decrescita si rimanda ai testi del Prof. Latouche.


Contro gli psicofarmaci ai bambini

24 gennaio 2009

“Negli Stati Uniti ad oltre undici milioni di bambini vengono somministrati quotidianamente anfetamine o psicofarmaci allo scopo di tentare di risolverne i disagi. Nelle scuole italiane, sono stati recentemente avviati programmi di screening di massa per individuare i bambini sofferenti di problemi di carattere psicologico. Se tuo figlio perde le cose, è disattento a scuola, interrompe spesso gli insegnanti od è aggressivo coi compagni di classe, non è detto che sia malato. Prima di sottoporlo ad una cura dagli esiti incerti e dagli effetti collaterali potenzialmente distruttivi, raccogli informazioni complete sul nostro portale, oppure contatta il nostro Comitato per ricevere a casa una pubblicazione gratuita. Spesso un bambino ha solo necessità di essere ascoltato con attenzione. Non etichettare tuo figlio. Ascoltalo!”

“È una vera e propria tendenza, quella di “schedare” bambini irrequieti e indisciplinati come “malati mentali”: sono ribelli, “creano problemi”, ed il farmaco diventa apparentemente il modo migliore per tenerli a bada”. Da www.giulemanidaibambini.org

I disagi dei bambini nascono dall’egoismo e dall’indifferenza delle persone che li circondano, in primis i genitori che non sono disposti a dedicar loro tempo, attenzione, affetto, disponibilità… E’ molto facile risolvere l’inquietudine sedando i bambini, ma, ci chiediamo, gli antidepressivi  risolvono il problema del disagio del bambino o solo gli effetti? Se il disagio nasce da alcune mancanze che richiamano la dimensione degli affetti, delle emozioni, dei sentimenti, nessun principio chimico potrà rimediare al problema. Certo, nell’immediato i genitori saranno meno “disturbati” dai figli, ma arrecheranno loro dei danni molto più grandi, sia alla salute fisica che mentale.

 


‘O munno se move- Enzo Avitabile

23 gennaio 2009


Ambiente e legami sociali

23 gennaio 2009

La distruzione dell’ambiente e dei legami sociali è un effetto del consumismo, e tema centrale del pensiero economico e filosofico di Serge Latouche.

Per consumare occorre comprare.

Per comprare occorre produrre.

Per produrre occorre sottrarre materie prime alla natura.

Ma le risorse naturali sono limitate, quindi, non si può produrre all’infinito.

Si può obiettare che l’uomo abbia dei bisogni illimitati da soddisfare e che il consumo e la produzione siano indispensabili.

In realtà, molti, moltissimi dei nostri bisogni sono fittizi, indotti dalle imprese il cui obiettivo è sostenere la produzione e mantenere il dominio finanziario. Esse manipolano il consumatore spingendolo verso una soddisfazione illusoria ed effimera. Pur consumando sempre più, è sempre più insoddisfatto e per trovare l’appagamento compra nuovi prodotti, fino ad arrivare agli antidepressivi, fonte di un altro business.

“Uno degli obiettivi del sistema è creare bisogni da soddisfare producendo nuovi beni a titolo di riparazione, compensazione o consolazione”.

Le relazioni sociali sono minate: alienazione, solitudine, isolamento, diffidenza, aggressività verso l’altro.

L’uomo consuma la natura, consumando se stesso; produce rifiuti ed è egli stesso”lo scarto di un sistema che tende a renderlo inutile. La società è ridotta a un mero strumento e mezzo della meccanica produttiva”.

Un piccolo assaggio del “Breve trattato sulla decrescita serena” di Serge Latouche.

C. M.

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Il nichilismo ed i giovani

23 gennaio 2009

I giovani stanno male, non per le solite crisi esistenziali, ma per un disagio culturale. La società sta male. Ecco la tesi di Umberto Galimberti, esposta nel libro “L’ospite inquietante, il nichilismo e i giovani”.

L’analfabetismo emotivo non consente di riconoscere i propri sentimenti: gli adulti hanno relegato all’ultimo posto la comunicazione con i figli, bruciando in essi lo spazio per la riflessione; non hanno “insegnato” i sentimenti, così il nulla, il non senso, come un buco nero si allargano nell’anima.

In passato fare sacrifici, accettare delle regole anche dure, aveva un senso, un obiettivo da raggiungere. Oggi impegnarsi nello studio, per aspirare ad un futuro migliore o nel lavoro, per avere una carriera gratificante, sembra vano, senza senso. Ed i giovani non desiderano più, non sperano, non aspettano, abituati ad avere cose (materiali) fin prima di averle desiderate.

Nel groviglio di emozioni tentate, ma mai compiute perché non note all’anima, oggi incapace di distinguerle, le reazioni dei giovani sono di chiusura o di aggressività o di violenza, per l’incapacità di riflettere, controllare e contenere.

I genitori hanno trasmesso il mito della bellezza e dell’intelligenza, dimenticandosi del sentimento.

Ma non tutto è perduto. Basta riscoprire sé stessi. La soluzione sta nel magnifico gnothi seautόn (Γνῶθι Σεαυτόν), dei Greci, il “Conosci te stesso” impresso sul tempio di Delfi, che invita ad indagarsi per ricercare la verità dentro di sé.

La saggezza socratica, benché millenaria, insegna.

C.M