Città per non incontrarsi

 Le strade continuano a guardarci di .chourmo.

 

 

penso sempre alla mia città

attraversata da folli automobiline

condotte da corpi ciechi

e mutilati da cubetti di porfido

schizzati via

cimiteri lapidati

in foreste senza alberi

quartieri che più non respirano

desolazione di incendi boschivi

penso sempre alla mia città

e il degrado attanaglia lo stomaco

prima di vomitare nuove parole

 

(Marco Saya- Situazione temporanea)

 

 

 

Guardiamo le nostre città. Dove sono i giovani? Dove sono i bambini? Gli adulti? I vecchi? 

Guardiamo queste città: sono dei dormitori, dei luoghi di passaggio; sono popolate solo finché sono aperti gli esercizi commerciali, poi c’è il coprifuoco. Tranne rare eccezioni, non ci sono più luoghi di aggregazione. Gli spazi che un tempo erano destinati all’incontro, alle relazioni sociali, ora non hanno più quella funzione.

La domenica pomeriggio le strade sono deserte, le piazze vuote. Così il sabato sera e così tutte le sere, dopo che l’ultimo negozio ha abbassato la saracinesca. Sono tutti in casa? No!

Sono al centro commerciale!

I centri commerciali causano la periferizzazione delle città e l’isolamento dell’uomo. Traboccano di persone, ma tutte sono cellule isolate che non fanno parte dello stesso tessuto. Ognuno vive per sé e con sé. Il tessuto sociale si è ridotto a brandelli, sfibrato e lacerato.

Qualche gruppo di ragazzi sosta davanti ad un negozio, non lontano da un gruppo di ragazze.

C’è la voglia di avvicinarsi (l’uomo è un animale sociale) anche in un centro commerciale, il tempio degli acquisti, l’ultimo anello del capitalismo e sciagurata invenzione importata dall’America! Subito abbiamo assimilato e metabolizzato questo agglomerato di punti vendita americano. Il centro commerciale è nato per vendere di più e meglio, non per dare un servizio ai cittadini. Non è affatto romantico né costruttivo né appagante…

 

Dieci anni fa in alcune zone, soprattutto del Sud, non c’erano queste forme distribuzione commerciale e ci si incontrava in piazza. Infatti, lo scopo delle uscite era l’incontro puro e semplice, il desiderio di comunicazione, di scambio reciproco tra giovani e meno giovani.

 

Oggi ci annoiamo tutti, non sappiamo dove andare e comunque, la nostra scelta cade sempre su una soluzione a pagamento.

Jeremy Rifkin parla dell’era dell’accesso, dove tutto si paga: l’accesso alle esperienze culturali è a pagamento: viaggi, parchi, sport, ristorazione, cinema, tv, internet. “mentre l’era industriale è stata caratterizzata dalla mercificazione del lavoro, l’era dell’accesso è caratterizzata dalla mercificazione del divertimento. Le multinazionali dei media sfruttano le risorse culturali locali di ogni angolo del pianeta, manipolandole, presentandole come merci d’intrattenimento e fruizione culturale.”

La produzione culturale rappresenta la fase finale del modo di vita capitalistico, per convertire tutti i rapporti in rapporti economici.

 

L’uomo ha bisogno di comunicare, di stare con i suoi simili, condividere con altri le sue esperienze. Non cerchiamo, forse, di fare lo stesso anche con Internet? Ed anche Internet è a pagamento!

 

 

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: