Serge Latouche a “Servizio pubblico”

20 gennaio 2012

 

L’euro, i partiti di sinistra che non vogliono cambiare il sistema, l’ossimoro del social-liberismo, la fine del capitalismo e l’inizio (possibile) di qualcosa di peggio: la barbarie…


SERGE LATOUCHE a Cagliari, Settembre 2011

23 settembre 2011

Soluzioni alla crisi: austerità? No, rilocalizzare. Intervista a Serge Latouche

http://www.greenews.info/idee/soluzioni-alla-crisi-austerita-no-rilocalizzare-intervista-a-serge-latouche-20110922/

settembre 22, 2011 Idee

Serge Latouche, arriva con passo lento e la moglie accanto. Arriva sul palco del Festival Marina Café Noir di Cagliari accompagnato da applausi come fosse una rockstar. Eppure di musicale la sua teoria sulla “decrescita”, non ha niente. Otto R, ma niente musica. Otto cambiamenti interdipendenti: rivalutare, riconcettualizzare, ristrutturare, ridistribuire, rilocalizzare, ridurre, riutilizzare, riciclare. Otto punti fermi che lo hanno fatto diventare una stella del pensiero contemporaneo. Arriva con il suo bastone e il cappello in testa. Ringrazia e plaude l’organizzazione del festival sempre attenta alla sostenibilità con i generatori di energia pulita che alimentano i service e l’utilizzo di stoviglie biodegradabili e compostabili. Non solo di Pil e di deficit vive un economista. Latouche parla di amore della verità, senso della giustizia, responsabilità, rispetto della democrazia, elogio della differenza e dovere di solidarietà. Racconta come sia necessario ridistribuire le ricchezze e l’accesso al patrimonio naturale, sia fra il Nord e il Sud del mondo sia all’interno di ciascuna società. Ridurre gli impatti sulla biosfera dei nostri modi di produrre e di consumare, riutilizzare e riciclare i rifiuti del consumo. Racconta un’altra società, utopica?

D) Prof. Latouche, in che mondo viviamo?

R) Quello che osservo è uno stato di schizofrenia permanente: un giorno siamo in ripresa, il giorno dopo veniamo declassati. Facciamo parte di uno Stato che potremmo chiamare tranquillamente l’”Assurdistan”. L’unica consolazione è che la crisi di questo sistema ci ha portato all’ora della verità. Finalmente.

D) Lei, nel suo ultimo lavoro, “Breve trattato sulla decrescita serena”,  cerca di uscire al di fuori dell’utopia. Come?

R) Prima di tutto chiariamoci su un concetto: la crisi riguarda tutti e non solo la Grecia,  l’Italia, la Spagna. Siamo vittime dei “crediti ninja”, il 70% degli americani sono proprietari di debiti, tutto questo ha portato a una crisi anche morale e di civiltà, siamo all’incrocio della strada. Bisogna riconcettualizzare e ristrutturare gli apparati produttivi e i rapporti sociali. Rilocalizzare, cioè produrre in massima parte a livello locale i prodotti necessari a soddisfare i bisogni della popolazione, in imprese locali finanziate dal risparmio collettivo raccolto localmente. Se le idee devono ignorare le frontiere, al contrario i movimenti di merci e capitali devono essere limitati all’indispensabile. Invece quello che ci chiedono è “austerità”. Io sono contro l’austerità, il rigore e la ripresa della crescita. L’austerità fa in modo che non si garantisca l’assistenza sanitaria per tutti, destruttura l’istruzione e fa in modo, visto che siamo qui, che un festival, e cioè la cultura, si finanzi sempre meno. Si risparmia a spese dell’ambiente tanto da dover pensare anche ai tanti immigrati del clima che in futuro aumenteranno. Le sembra una bella soluzione? La verità è che non c’è niente di peggio che in una società fondata sulla crescita non ci sia crescita! La crescita è finita negli anni Settanta. Se si abbandona questa idolatria della crescita, sopravviveremo.

D) Quindi?

R) La crisi si deve affrontare superando due tabù: l’inflazione e il protezionismo. Ma soprattutto bisognerebbe uscire dall’euro. Dobbiamo riappropriarci della moneta, che può essere un buon servitore, ma che in alcuni casi può diventare un pessimo padrone. A marzo del 2011 il 93% dei cittadini islandesi ha detto no al pagamento del debito, lIslanda si è rifiutata di pagare il debito perché pur facendo parte dell’Europa non ha la moneta unica, la Grecia non può. L’Ungheria ha deciso di far pagare il debito alla banche. Perché nessuno racconta questi esempi alternativi?

D) Il suo è anche un programma politico, quale partito occidentale oggi si avvicina di più al suo modello?

R) Non c’è un partito in particolare, ci sono dei singoli politici che si stanno affacciando a queste idee. Ma soprattutto l’importante è che ognuno faccia la sua parte, a prescindere dai partiti: dentro un gruppo di acquisto solidale, nel proprio quartiere, in un’associazione, costruendo una rete di consumo consapevole, risparmiando energia e sprecando meno. La decrescita non è ne di destra ne di sinistra, il mio programma è in primo luogo un programma di buon senso. Bisogna dare l’esempio agli altri, sapere che quando si consuma un chilo di bistecca si consumano sei litri di petrolio. Siamo tutti chiamati in causa quando scegliamo. La soluzione non è crearsi un mondo appartato, ghettizzarsi: si può lottare contro la Fiat e lavorare per la Fiat. Bisogna fare i conti con questo mondo: i morti non fanno la resistenza.

D) Dovremmo dunque aspettarci un “partito politico della decrescita”?

R) Rifiuto l’idea della creazione di un vero e proprio partito politico della decrescita, che rischierebbe di cristallizzare lo spirito del movimento.

D) Ha un libro da consigliare come fonte di ispirazione?

R) Tonino Perna, ha appena scritto un bellissimo libro che si intitola “Eventi estremi”. Il crollo di Wall Street del settembre 2008 è stato definito una “tempesta perfetta”. Perna affronta le analogie tra denaro e finanza, tra la finanza, il clima e la CO2. Gli “eventi estremi” climatici e finanziari, in crescita negli anni recenti, si caratterizzano per il medesimo meccanismo: “fluttuazioni giganti” provocate da una fortissima accelerazione dei processi.

D) Come si può ancora essere felici?

R) Solo la frugalità ci può dare l’abbondanza. Lo sanno bene i pubblicitari che i popoli felici non hanno bisogno di consumare.

D) Come si prepara la transizione a una società frugale?

R) Ci sono molti esempi. I casi di San Cristobal e Marcos e della guerra dell’acqua di Cochabamba, sono spinte dal basso, spinte che hanno cambiato gli equilibri ma non hanno rivoltato gli Stati. Sono movimenti che non chiedevano potere, ma futuro per il popolo.

Francesca Fradelloni


Mi piacerebbe che l’Italia potesse…

19 luglio 2010

“…investire nella Bellezza dell’ambiente, dei talenti e dei territori; rilanciare l’Economia attraverso una pressione fiscale più equa, la redistribuzione delle risorse e puntando su qualità e innovazione; sottrarre la Conoscenza alla privatizzazione e alla parcellizzazione dei saperi attraverso il rilancio della scuola e dell’università come elementi fondanti di una cultura diffusa; ristabilire la connessione tra i Diritti e le persone; custodire il patrimonio dei Beni Comuni.”  Nichi Vendola

http://www.nichivendola.it/


Vendola

27 aprile 2010

25 Aprile 2010, VENDOLA a “Che tempo che fa”:I barattoli di omologazione nel mondo ridotto a supermercato

26 aprile 2010

Sull’intolleranza:

“Tra i diritti fondativi del genere umano non c’è il diritto di Ulisse a varcare le colonne le Colonne d’Ercole e ad andare dove gli pare, senza che che noi lo mettiamo in un CPT o gli diamo un foglio di via?”

In Italia c’è un “patriottismo legato alla terra ed al sangue”, una “mitologia tribale, medievale”, che riguarda l’extra-comunitario e non piuttosto un “patriottismo della specie umana, che ha diritto di poter vivere ovunque sia possibile”.

“Ci sono dei connazionali con i quali non mi sento unito: con alcune parti d’Italia in cui c’è una propensione naturale alla pulizia etnica…Non sento di unirmi con chi pensa che l’intolleranza sia un fatto naturale”.

Sulla Resistenza e sull’antifascismo (che appaiono valori minoritari):

“ I valori della Resistenza, dell’antifascismo, della Costituzione li abbiamo relegati in una teca di vetro, trasformati in una liturgia della retorica o della nostalgia”. Non possiamo essere uniti “nell’assenza di giudizio, come se fossero uguali le ragioni da una parte e dall’altra…Non mi sento unito con le ragioni dei fascisti, mi sento unito con le ragioni dell’antifascismo”.

Perché non ci siamo coralmente riconosciuti nei valori dell’antifascismo:

Una ragione è che “è stata uccisa la storia di uno sposalizio fortunato tra la parola Libertà e la parola Lavoro. Il fascismo è la risposta delle classi dirigenti in Italia al fatto che il mondo del lavoro, i cafoni della mia terra… cominciavano a prendere confidenza con la parola libertà…Con Berlusconi abbiamo assistito alla più spettacolare operazione culturale: il divorzio tra la parola Lavoro e la parola Libertà. Il lavoro è stato marginalizzato… con la precarizzazione del lavoro ognuno cerca con ansia ed inquietudine l’orizzonte del proprio destino individuale, non c’è un destino corale, collettivo. La libertà può essere quella esplosione pirotecnica di consumismo, di mercificazione…in cui sei libero di comprare uno dei …mille barattoli di omologazione che si vendono in un mondo ridotto alla forma di supermercato”.

L’altra ragione è legata al “progressivo cedimento ad un vocabolario, ad un linguaggio”, a parole feroci, cattive, ai codici della discriminazione e dell’intolleranza, cui tanta gente perbene a poco a poco comincia ad assuefarsi.

Berlusconi:

“Non ci siamo accorti che Berlusconi, molto prima che della politica, è un problema della cultura: Berlusconi non ha vinto nelle tribune elettorali, ha vinto nel corso di alcuni decenni nella trasformazione dell’immaginario; B. è la proiezione sulla scena pubblica del linguaggio del reality e della fiction. Non si può immaginare di vincere contro Berlusconi ed il berlusconismo semplicemente con una campagna elettorale, ma con una lunghissima campagna civile e culturale”.

Il Centro-sinistra nel panico:

“E’ possibile che il Centro-destra vince le elezioni regionali ed amministrative ed il Centro-sinistra non solo ha il coplo della sconfitta, ma il doppio colpo della cancellazione della sconfitta: non se ne accorge?”. Vendola dice che nel Centro-destra si è rotto il partito di plastica ed è venuta fuori una contesa tra due Destre, e “la reazione del Centro-sinistra è di panico” rispetto ad eventuali elezioni anticipate. “Non bisognerebbe avere paura…se si fosse capaci di essere un’alternativa, ma il Centro-sinistra ancora oggi non è un’alternativa”. Esso assomiglia al “contadino che va in campagna quando è tempo di raccolto; non trova niente e s’indispettisce…non sa che bisogna dissodare il terreno, bonificare, concimare, fare una buona semina e poi fare un buon raccolto….Il problema non è trovare un leader videogenico, fotogenico, sagace, con le battute giuste, con la capacità comunicativa, pubblicitaria…è che il berlusconismo è un’egemonia culturale, perché ha ucciso l’idea della politica…La politica è diventata una delega in bianco al leader carismatico… Per vincere il Centro-sinistra non deve immaginare un Berlusconi rosso, ma un popolo che dice no,…esiste la democrazia partecipata…”


Lettera di Asor Rosa a Silvio

29 marzo 2010

Dal Manifesto

29/03/2010

|   Alberto Asor Rosa
Lettera aperta a Berlusconi

Egregio signor Presidente del Consiglio, ho passato le ultime due settimane a visionare ripetutamente (in maniera alla fine un po’ ossessiva, devo ammetterlo) le sue innumerevoli comparse televisive: dalla sua conferenza stampa intesa a denunciare i (presunti) brogli elettorali presso la Corte d’Appello di Roma (un vero capo d’opera) al Suo intervento al comizio, grande (non oceanico), svoltosi sabato 20 marzo in piazza San Giovanni a Roma all’ultima, recentissima apparizione consentitale munificamente dal suo «concorrente» Sky.
Mi rendo conto, dunque, fin dall’inizio, che Ella non appare in grado di accogliere la richiesta per cui fondamentalmente mi son permesso di scriverle: è del tutto evidente, infatti, che la virtù che più le manca, fra le tante che illustrano (o dovrebbero illustrare) l’umana condizione, è il senso critico e autocritico del suo essere e del suo operare.
Su questo aspetto della questione, peraltro, è lecito mantenere un certo quoziente di dubbio.
Non è del tutto certo, infatti, se Ella sappia, sappia bene, che sta mentendo, e nonostante ciò continui a mentire; oppure se, come io inclino a pensare, Lei non sappia neanche che mente, perché le manca totalmente ogni elementare criterio di verifica, – quello che in altri tempi si definiva con grande semplicità il senso e la ricerca della verità.
In un caso come nell’altro, comunque, è del tutto chiaro che Ella ha rinunciato a priori a guardarsi con un minimo distacco ovvero con quel minimo, elementare senso obiettivo dell’osservazione, che fa di ognuno di noi, ma soprattutto di un politico, per le conseguenze più o meno positive, più o meno nefaste, che dalla sua azione possono derivare, un individuo capace di comportarsi responsabilmente e prudentemente.
In una parola, egregio signor Presidente: Ella è il caso più straordinario che si conosca attualmente al mondo di perfetta identificazione dell’immagine che Lei dà e intende dare di sé e di ciò che è dietro le quinte, nel suo intimo e nei suoi pensieri e affetti più profondi e sinceri. Ella, insomma, egregio signor Presidente, ha creato genialmente la «moderna» televisione; e genialmente ne rappresenta la creatura più perfetta. Chiederle di cambiare sarebbe come chiedere ai poveri nostri concittadini che accettano di partecipare al Grande Fratello se si accorgono delle cazzate che fanno (che, nel caso loro, sono costretti a fare) e del ridicolo cui si espongono.
Tuttavia… Tuttavia, se per una volta, – come sommessamente ora sono qui a chiederle di fare, – Ella vincesse gli ostacoli frapposti ad un razionale operare dal suo smisurato e incontrollabile ego, e accettasse perciò di sedersi per un’ora quietamente in poltrona di fronte ad uno di quegli apparecchi televisivi che hanno fatto la sua fortuna, e rivedesse – per una volta – con animo sereno, disteso e tranquillo le sue suddette performances, si accorgerebbe senza sforzo della carica d’intolleranza, di violenza, di sopraffazione e di minaccia di cui esse grondano: e del pericolo immenso, devastante, delle lacerazioni insanabili, dei conflitti senza fine che ne possono derivare al nostro sventurato paese e alle sue fragili istituzioni.
Ella, come sta scritto ormai da tutte le parti e come recitava il gigantesco slogan cui s’ispirava la manifestazione di San Giovanni, ha bandito una crociata dell’amore contro l’odio. Ebbene, io, da osservatore spassionato delle cose umane e delle loro espressioni e forme diverse di comunicazione, Le posso garantire che il suo rapporto con il mondo così come Lei pubblicamente non si cura di nascondere (ma esiste il sospetto, come ho già accennato, che tale sia la sua regola anche nella sfera privata), si presenta esattamente come un tipico, esemplare rapporto di odio, se l’odio non è solo il desiderio forsennato di schiacciare, anzi annichilire il proprio avversario (più esattamente: qualsiasi interlocutore che si permetta di esprimere una contrarietà o, Dio non voglia, un dissenso), ma anche la propensione irresistibile a fare dell’esibizione sistematica della propria forza, – magari, se serve, quella del proprio denaro, lo stesso con cui vengono pagate le escort e la lussuosa pubblicazione propagandistica in suo favore, che ho trovato ieri mattina nella mia buca delle lettere, – il collant vero di ogni proprio personale rapporto con il resto del mondo.
Vede, curioso come sono, mi sono chiesto più volte da dove le possa venire una carica così irrefrenabile di prepotenza egotistica e di disprezzo delle regole, quelle regole cui spetta in tutte le situazioni di garantire la nostra civile convivenza. In attesa che più competenti di me s’impegnino in questa utile analisi, io ho per questa occasione accantonato tutte le spiegazioni che facciano riferimento alle «generalità» di questa storia: le incerte origini della sua immensa fortuna; i trascorsi massonici; il conflitto d’interessi (che meglio varrebbe denominare d’ora in poi: Un Solo Interesse Sta Sopra a Tutto e Tutti); l’idea, davvero clamorosa, che Lei aspirerebbe a governare la Repubblica con gli stessi metodi con cui governava (governa) l’Impero Mediaset (intervista Sky); l’accesa, inesausta battaglia per scardinare macchine e regole della giustizia; il ricorso polemico illimitato al cosiddetto «consenso popolare», quasi che il consenso popolare, quando rettamente inteso, renda ipso facto chicchessia legibus solutus. E mi sono concentrato su di un dato apparentemente minimale, quasi privato, sfuggito ai più, da cui tuttavia (a mio giudizio) scaturisce a catena tutto il resto.
Nel 2001 Lei ha fatto circolare una delle ricche e costose pubblicazioni, di cui, come si diceva, inonda il paese nelle stagioni elettorali, in cui di Lei veniva tracciato un enfatico profilo quadripartito (L’Uomo, L’Imprenditore, Lo Sportivo, Il Politico), condito di molte sue dichiarazioni in prima persona. Proprio all’inizio, là dove Lei parlava della sua infanzia e dei suoi trascorsi di bambino, così si esprimeva: «Facciamo un po’ di conti: sono nato nel 1936 e avevo dunque sei anni quando la guerra entrò, disastrosamente, nella nostra vita quotidiana. Poi arrivò il 1943, la grande crisi, la caduta del fascismo, l’8 settembre; i tedeschi, la paura, i bombardamenti. Mio padre era militare al momento della disfatta. I tedeschi avevano iniziato la caccia al soldato italiano e lui si fece convincere da alcuni suoi amici a riparare con loro in Svizzera. Fece la scelta giusta. Salvò la sua vita e salvò il futuro di tutti noi…».
Ella, egregio signor Presidente, non è evidentemente in grado di capirlo, e forse oggi, ahimé, neanche molti dei nostri concittadini. Il fatto è che con quelle quattro parolette: «Fece la scelta giusta. Salvò la sua vita e salvò il futuro di tutti noi», Lei nega senza accorgersene (e questo come al solito aggrava la cosa) le radici fondamentali del nostro essere civile, l’etica della solidarietà e, lato sensu, della resistenza, i fondamenti, in altre parole, del nostro essere Repubblica, Stato moderno, democratico ed europeo.
Se le cose stanno così, mi pare che non sia possibile dubitare che il fondamentale fattore di disunione, di conflittualità, d’insanabile antagonismo, di estraneità e di odio, sia, non solo o non tanto la sua politica, ma la sua figura, ciò che lei è e non può fare a meno di essere. Ha ragione dunque il Presidente Napolitano a chiedere che l’atmosfera della vita pubblica italiana si rassereni e tranquillizzi. Ma tale ammonimento resterà un po’ vano, persino, mi si scusi l’espressione, un po’ fatua, fin quando Lei occuperà il posto che occupa, con i modi e le forme con cui lo occupa (cosa peraltro, come mi sono sforzato di dimostrare, immedicabile, cioè non modificabile né correggibile).
Affinché l’auspicio del Presidente Napolitano si realizzi non c’è che un modo, e la prego con tutte le mie forze di prenderlo in considerazione. Quando lunedì prossimo le urne staranno per chiudersi, dieci minuti prima che questo accada, per non essere accusato né di fuggire né di volere ancora di più e ancora peggio sopraffare, rimetta il suo mandato nelle mani del Presidente della Repubblica, crei, spontaneamente e generosamente, le condizioni per cui i molti e gravi problemi cui l’Italia va incontro, siano affrontati da uomini di buona volontà al di fuori della spirale di odio che la sua presenza crea e, come ancora una volta ripeto, non può fare a meno di creare.
Se ciò dovesse accadere, se per la prima volta nella sua vita aprisse gli occhi su se stesso e da personaggio televisivo tornasse ad essere liberamente l’individuo comune che ognuno di noi dovrebbe aspirare a essere, Ella potrebbe entrare nella Storia italiana in una maniera molto diversa da come attualmente la sta attraversando e rovesciando in tutti i suoi segmenti.
Non so se questo le interessi, ma mi auguro di sì.

Andrea Zanzotto contro la Lega

19 dicembre 2009

Sul blog di uno studioso appassionato della poesia del grande poeta veneto c’è l’intervista ad Andrea Zanzotto. www.vocativo.splinder.com