SERGE LATOUCHE a Cagliari, Settembre 2011

23 settembre 2011

Soluzioni alla crisi: austerità? No, rilocalizzare. Intervista a Serge Latouche

http://www.greenews.info/idee/soluzioni-alla-crisi-austerita-no-rilocalizzare-intervista-a-serge-latouche-20110922/

settembre 22, 2011 Idee

Serge Latouche, arriva con passo lento e la moglie accanto. Arriva sul palco del Festival Marina Café Noir di Cagliari accompagnato da applausi come fosse una rockstar. Eppure di musicale la sua teoria sulla “decrescita”, non ha niente. Otto R, ma niente musica. Otto cambiamenti interdipendenti: rivalutare, riconcettualizzare, ristrutturare, ridistribuire, rilocalizzare, ridurre, riutilizzare, riciclare. Otto punti fermi che lo hanno fatto diventare una stella del pensiero contemporaneo. Arriva con il suo bastone e il cappello in testa. Ringrazia e plaude l’organizzazione del festival sempre attenta alla sostenibilità con i generatori di energia pulita che alimentano i service e l’utilizzo di stoviglie biodegradabili e compostabili. Non solo di Pil e di deficit vive un economista. Latouche parla di amore della verità, senso della giustizia, responsabilità, rispetto della democrazia, elogio della differenza e dovere di solidarietà. Racconta come sia necessario ridistribuire le ricchezze e l’accesso al patrimonio naturale, sia fra il Nord e il Sud del mondo sia all’interno di ciascuna società. Ridurre gli impatti sulla biosfera dei nostri modi di produrre e di consumare, riutilizzare e riciclare i rifiuti del consumo. Racconta un’altra società, utopica?

D) Prof. Latouche, in che mondo viviamo?

R) Quello che osservo è uno stato di schizofrenia permanente: un giorno siamo in ripresa, il giorno dopo veniamo declassati. Facciamo parte di uno Stato che potremmo chiamare tranquillamente l’”Assurdistan”. L’unica consolazione è che la crisi di questo sistema ci ha portato all’ora della verità. Finalmente.

D) Lei, nel suo ultimo lavoro, “Breve trattato sulla decrescita serena”,  cerca di uscire al di fuori dell’utopia. Come?

R) Prima di tutto chiariamoci su un concetto: la crisi riguarda tutti e non solo la Grecia,  l’Italia, la Spagna. Siamo vittime dei “crediti ninja”, il 70% degli americani sono proprietari di debiti, tutto questo ha portato a una crisi anche morale e di civiltà, siamo all’incrocio della strada. Bisogna riconcettualizzare e ristrutturare gli apparati produttivi e i rapporti sociali. Rilocalizzare, cioè produrre in massima parte a livello locale i prodotti necessari a soddisfare i bisogni della popolazione, in imprese locali finanziate dal risparmio collettivo raccolto localmente. Se le idee devono ignorare le frontiere, al contrario i movimenti di merci e capitali devono essere limitati all’indispensabile. Invece quello che ci chiedono è “austerità”. Io sono contro l’austerità, il rigore e la ripresa della crescita. L’austerità fa in modo che non si garantisca l’assistenza sanitaria per tutti, destruttura l’istruzione e fa in modo, visto che siamo qui, che un festival, e cioè la cultura, si finanzi sempre meno. Si risparmia a spese dell’ambiente tanto da dover pensare anche ai tanti immigrati del clima che in futuro aumenteranno. Le sembra una bella soluzione? La verità è che non c’è niente di peggio che in una società fondata sulla crescita non ci sia crescita! La crescita è finita negli anni Settanta. Se si abbandona questa idolatria della crescita, sopravviveremo.

D) Quindi?

R) La crisi si deve affrontare superando due tabù: l’inflazione e il protezionismo. Ma soprattutto bisognerebbe uscire dall’euro. Dobbiamo riappropriarci della moneta, che può essere un buon servitore, ma che in alcuni casi può diventare un pessimo padrone. A marzo del 2011 il 93% dei cittadini islandesi ha detto no al pagamento del debito, lIslanda si è rifiutata di pagare il debito perché pur facendo parte dell’Europa non ha la moneta unica, la Grecia non può. L’Ungheria ha deciso di far pagare il debito alla banche. Perché nessuno racconta questi esempi alternativi?

D) Il suo è anche un programma politico, quale partito occidentale oggi si avvicina di più al suo modello?

R) Non c’è un partito in particolare, ci sono dei singoli politici che si stanno affacciando a queste idee. Ma soprattutto l’importante è che ognuno faccia la sua parte, a prescindere dai partiti: dentro un gruppo di acquisto solidale, nel proprio quartiere, in un’associazione, costruendo una rete di consumo consapevole, risparmiando energia e sprecando meno. La decrescita non è ne di destra ne di sinistra, il mio programma è in primo luogo un programma di buon senso. Bisogna dare l’esempio agli altri, sapere che quando si consuma un chilo di bistecca si consumano sei litri di petrolio. Siamo tutti chiamati in causa quando scegliamo. La soluzione non è crearsi un mondo appartato, ghettizzarsi: si può lottare contro la Fiat e lavorare per la Fiat. Bisogna fare i conti con questo mondo: i morti non fanno la resistenza.

D) Dovremmo dunque aspettarci un “partito politico della decrescita”?

R) Rifiuto l’idea della creazione di un vero e proprio partito politico della decrescita, che rischierebbe di cristallizzare lo spirito del movimento.

D) Ha un libro da consigliare come fonte di ispirazione?

R) Tonino Perna, ha appena scritto un bellissimo libro che si intitola “Eventi estremi”. Il crollo di Wall Street del settembre 2008 è stato definito una “tempesta perfetta”. Perna affronta le analogie tra denaro e finanza, tra la finanza, il clima e la CO2. Gli “eventi estremi” climatici e finanziari, in crescita negli anni recenti, si caratterizzano per il medesimo meccanismo: “fluttuazioni giganti” provocate da una fortissima accelerazione dei processi.

D) Come si può ancora essere felici?

R) Solo la frugalità ci può dare l’abbondanza. Lo sanno bene i pubblicitari che i popoli felici non hanno bisogno di consumare.

D) Come si prepara la transizione a una società frugale?

R) Ci sono molti esempi. I casi di San Cristobal e Marcos e della guerra dell’acqua di Cochabamba, sono spinte dal basso, spinte che hanno cambiato gli equilibri ma non hanno rivoltato gli Stati. Sono movimenti che non chiedevano potere, ma futuro per il popolo.

Francesca Fradelloni

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Roberto Saviano

9 novembre 2010

Lettera di Asor Rosa a Silvio

29 marzo 2010

Dal Manifesto

29/03/2010

|   Alberto Asor Rosa
Lettera aperta a Berlusconi

Egregio signor Presidente del Consiglio, ho passato le ultime due settimane a visionare ripetutamente (in maniera alla fine un po’ ossessiva, devo ammetterlo) le sue innumerevoli comparse televisive: dalla sua conferenza stampa intesa a denunciare i (presunti) brogli elettorali presso la Corte d’Appello di Roma (un vero capo d’opera) al Suo intervento al comizio, grande (non oceanico), svoltosi sabato 20 marzo in piazza San Giovanni a Roma all’ultima, recentissima apparizione consentitale munificamente dal suo «concorrente» Sky.
Mi rendo conto, dunque, fin dall’inizio, che Ella non appare in grado di accogliere la richiesta per cui fondamentalmente mi son permesso di scriverle: è del tutto evidente, infatti, che la virtù che più le manca, fra le tante che illustrano (o dovrebbero illustrare) l’umana condizione, è il senso critico e autocritico del suo essere e del suo operare.
Su questo aspetto della questione, peraltro, è lecito mantenere un certo quoziente di dubbio.
Non è del tutto certo, infatti, se Ella sappia, sappia bene, che sta mentendo, e nonostante ciò continui a mentire; oppure se, come io inclino a pensare, Lei non sappia neanche che mente, perché le manca totalmente ogni elementare criterio di verifica, – quello che in altri tempi si definiva con grande semplicità il senso e la ricerca della verità.
In un caso come nell’altro, comunque, è del tutto chiaro che Ella ha rinunciato a priori a guardarsi con un minimo distacco ovvero con quel minimo, elementare senso obiettivo dell’osservazione, che fa di ognuno di noi, ma soprattutto di un politico, per le conseguenze più o meno positive, più o meno nefaste, che dalla sua azione possono derivare, un individuo capace di comportarsi responsabilmente e prudentemente.
In una parola, egregio signor Presidente: Ella è il caso più straordinario che si conosca attualmente al mondo di perfetta identificazione dell’immagine che Lei dà e intende dare di sé e di ciò che è dietro le quinte, nel suo intimo e nei suoi pensieri e affetti più profondi e sinceri. Ella, insomma, egregio signor Presidente, ha creato genialmente la «moderna» televisione; e genialmente ne rappresenta la creatura più perfetta. Chiederle di cambiare sarebbe come chiedere ai poveri nostri concittadini che accettano di partecipare al Grande Fratello se si accorgono delle cazzate che fanno (che, nel caso loro, sono costretti a fare) e del ridicolo cui si espongono.
Tuttavia… Tuttavia, se per una volta, – come sommessamente ora sono qui a chiederle di fare, – Ella vincesse gli ostacoli frapposti ad un razionale operare dal suo smisurato e incontrollabile ego, e accettasse perciò di sedersi per un’ora quietamente in poltrona di fronte ad uno di quegli apparecchi televisivi che hanno fatto la sua fortuna, e rivedesse – per una volta – con animo sereno, disteso e tranquillo le sue suddette performances, si accorgerebbe senza sforzo della carica d’intolleranza, di violenza, di sopraffazione e di minaccia di cui esse grondano: e del pericolo immenso, devastante, delle lacerazioni insanabili, dei conflitti senza fine che ne possono derivare al nostro sventurato paese e alle sue fragili istituzioni.
Ella, come sta scritto ormai da tutte le parti e come recitava il gigantesco slogan cui s’ispirava la manifestazione di San Giovanni, ha bandito una crociata dell’amore contro l’odio. Ebbene, io, da osservatore spassionato delle cose umane e delle loro espressioni e forme diverse di comunicazione, Le posso garantire che il suo rapporto con il mondo così come Lei pubblicamente non si cura di nascondere (ma esiste il sospetto, come ho già accennato, che tale sia la sua regola anche nella sfera privata), si presenta esattamente come un tipico, esemplare rapporto di odio, se l’odio non è solo il desiderio forsennato di schiacciare, anzi annichilire il proprio avversario (più esattamente: qualsiasi interlocutore che si permetta di esprimere una contrarietà o, Dio non voglia, un dissenso), ma anche la propensione irresistibile a fare dell’esibizione sistematica della propria forza, – magari, se serve, quella del proprio denaro, lo stesso con cui vengono pagate le escort e la lussuosa pubblicazione propagandistica in suo favore, che ho trovato ieri mattina nella mia buca delle lettere, – il collant vero di ogni proprio personale rapporto con il resto del mondo.
Vede, curioso come sono, mi sono chiesto più volte da dove le possa venire una carica così irrefrenabile di prepotenza egotistica e di disprezzo delle regole, quelle regole cui spetta in tutte le situazioni di garantire la nostra civile convivenza. In attesa che più competenti di me s’impegnino in questa utile analisi, io ho per questa occasione accantonato tutte le spiegazioni che facciano riferimento alle «generalità» di questa storia: le incerte origini della sua immensa fortuna; i trascorsi massonici; il conflitto d’interessi (che meglio varrebbe denominare d’ora in poi: Un Solo Interesse Sta Sopra a Tutto e Tutti); l’idea, davvero clamorosa, che Lei aspirerebbe a governare la Repubblica con gli stessi metodi con cui governava (governa) l’Impero Mediaset (intervista Sky); l’accesa, inesausta battaglia per scardinare macchine e regole della giustizia; il ricorso polemico illimitato al cosiddetto «consenso popolare», quasi che il consenso popolare, quando rettamente inteso, renda ipso facto chicchessia legibus solutus. E mi sono concentrato su di un dato apparentemente minimale, quasi privato, sfuggito ai più, da cui tuttavia (a mio giudizio) scaturisce a catena tutto il resto.
Nel 2001 Lei ha fatto circolare una delle ricche e costose pubblicazioni, di cui, come si diceva, inonda il paese nelle stagioni elettorali, in cui di Lei veniva tracciato un enfatico profilo quadripartito (L’Uomo, L’Imprenditore, Lo Sportivo, Il Politico), condito di molte sue dichiarazioni in prima persona. Proprio all’inizio, là dove Lei parlava della sua infanzia e dei suoi trascorsi di bambino, così si esprimeva: «Facciamo un po’ di conti: sono nato nel 1936 e avevo dunque sei anni quando la guerra entrò, disastrosamente, nella nostra vita quotidiana. Poi arrivò il 1943, la grande crisi, la caduta del fascismo, l’8 settembre; i tedeschi, la paura, i bombardamenti. Mio padre era militare al momento della disfatta. I tedeschi avevano iniziato la caccia al soldato italiano e lui si fece convincere da alcuni suoi amici a riparare con loro in Svizzera. Fece la scelta giusta. Salvò la sua vita e salvò il futuro di tutti noi…».
Ella, egregio signor Presidente, non è evidentemente in grado di capirlo, e forse oggi, ahimé, neanche molti dei nostri concittadini. Il fatto è che con quelle quattro parolette: «Fece la scelta giusta. Salvò la sua vita e salvò il futuro di tutti noi», Lei nega senza accorgersene (e questo come al solito aggrava la cosa) le radici fondamentali del nostro essere civile, l’etica della solidarietà e, lato sensu, della resistenza, i fondamenti, in altre parole, del nostro essere Repubblica, Stato moderno, democratico ed europeo.
Se le cose stanno così, mi pare che non sia possibile dubitare che il fondamentale fattore di disunione, di conflittualità, d’insanabile antagonismo, di estraneità e di odio, sia, non solo o non tanto la sua politica, ma la sua figura, ciò che lei è e non può fare a meno di essere. Ha ragione dunque il Presidente Napolitano a chiedere che l’atmosfera della vita pubblica italiana si rassereni e tranquillizzi. Ma tale ammonimento resterà un po’ vano, persino, mi si scusi l’espressione, un po’ fatua, fin quando Lei occuperà il posto che occupa, con i modi e le forme con cui lo occupa (cosa peraltro, come mi sono sforzato di dimostrare, immedicabile, cioè non modificabile né correggibile).
Affinché l’auspicio del Presidente Napolitano si realizzi non c’è che un modo, e la prego con tutte le mie forze di prenderlo in considerazione. Quando lunedì prossimo le urne staranno per chiudersi, dieci minuti prima che questo accada, per non essere accusato né di fuggire né di volere ancora di più e ancora peggio sopraffare, rimetta il suo mandato nelle mani del Presidente della Repubblica, crei, spontaneamente e generosamente, le condizioni per cui i molti e gravi problemi cui l’Italia va incontro, siano affrontati da uomini di buona volontà al di fuori della spirale di odio che la sua presenza crea e, come ancora una volta ripeto, non può fare a meno di creare.
Se ciò dovesse accadere, se per la prima volta nella sua vita aprisse gli occhi su se stesso e da personaggio televisivo tornasse ad essere liberamente l’individuo comune che ognuno di noi dovrebbe aspirare a essere, Ella potrebbe entrare nella Storia italiana in una maniera molto diversa da come attualmente la sta attraversando e rovesciando in tutti i suoi segmenti.
Non so se questo le interessi, ma mi auguro di sì.

Il terremoto in Abruzzo e Gomorra

28 maggio 2009

 

Io so e ho le prove. So come è stata costruita

mezz’Italia. E più di mezza. Conosco le mani, leBF

 

dita, i progetti. E la sabbia. La sabbia che ha

tirato su palazzi e grattacieli. Quartieri, parchi,

ville.

A Castelvolturno nessuno dimentica le file

infinite dei camion che depredavano il Volturno

della sua sabbia.

Camion in fila, che attraversavano le terre

costeggiate da contadini che mai avevano visto

questi mammut di ferro e gomma. Erano riusciti

a rimanere, a resistere senza emigrare e sotto i

loro occhi gli portavano via tutto.

sabbia è nelle pareti dei condomini abruzzesi

nei palazzi di Varese, Asiago, Genova.

(Saviano – Gomorra, pag.236)

 


Maurizio Pallante a Roma il 28 maggio

19 maggio 2009


Festa della Decrescita Felice

29 aprile 2009


Il Movimento della Decrescita Felice organizza il 19-20-21 giugno 2009 a Carrega Ligure (AL) l’”MDF-FEST”: evento nazionale con tre giorni di festa, incontri, laboratori, dibattiti attorno ai temi del Movimento.

Obiettivi del “MDF-FEST”:

  • radunare per tre giorni in un unico spazio le realtà che si riconoscono e aderiscono al MDF;
  • mettere insieme i cittadini che si riconoscono o che sono incuriositi dal MDF;
  • promuovere i programmi futuri di MDF;

La gente dovrebbe andare via “diversa” da come è arrivata, con notizie in più, pratiche diverse, contatti/reti nuove.
Vi saranno artisti di vario genere, conferenze e dibattiti, laboratori decrescenti, ospiti e tante altre cose.
L’ingresso è libero.

Cosa:

  • Imparare: laboratori didattici per le scuole, i bambini e i presenti
  • Informare/ informarsi: contenuti, materiali open source, free access.
  • Fare festa: spettacoli, concerti a tema, artisti locali che animano la festa.
  • Sperimentare stili di vita: allestimento di un orto virtuoso dove sperimentare, vedere, capire.Il discorso delle scelte a Km zero, mercati di prossimità mille angoli di sperimentazione, azione, buone prassi per una decrescita felice.
  • Incontrarsi, confrontarsi: costruire luoghi di incontro su diversi temi, tavole rotonde, dibattiti, discussioni, in cui persone interessanti raccontano, incontrano, avendo la possibilità di scambiare, lasciare dei feed back, progettare stili di vita alternativi, costruire reti, progettare.

Temi:

  • Agricoltura
  • Autonomia/autoproduzione
  • Rifiuti: riuso, riciclo, uso fino in fondo
  • Risparmio energetico
  • Comprare meno. Donare/ricevere, dovere di donare, dovere di ricevere, dovere di restituire a valore maggiore
  • Cibo, alimentazione, risorse, impatto ambientale della produzione e distribuzione cibo

 

Il luogo:

Carrega Ligure si trova all’estremo sud-est del Piemonte, in montagna, facilmente raggiungibile anche con mezzi pubblici ( si arriva in treno fino ad Arquata Scrivia, poi pulman di linea per Cabella e navetta per Carrega Ligure, per i giorni della festa che si terrà su tre/quattro comuni verrà potenziato il servizio navette per poter muoversi su tutta la festa senza usare i mezzi privati.

 

Contatti:

Tutti coloro che volessero dare il proprio contributo nell’organizzazione scrivano a labfab.segreteriaATgmail.com (Gino Abrigo ed Enrico Gentina), invece chi volesse dare una mano nei giorni della festa, a titolo di volontariato, scrivano a festaATdecrescitafelice.it. Per ulteriori informazioni, varie ed eventuali, scrivere a segreteriaATdecrescitafelice.it

MDF-FEST, in collaborazione con Associazione Culturale “Laboratorio della Fabula”, socio MDF


29 aprile 2009

 

LA DECRESCITA FELICE

Un nuovo Rinascimento per il terzo millennio

 

di Giorgio Cattaneo

«La vita è bella, anche senza sviluppo. Anzi: solo rinunciando all’idea di sviluppo illimitato, la vita può essere

addirittura felice». E’ questo l’orizzonte culturale della Decrescita, l’ultima risposta alla degenerazione suicida del

recente capitalismo consumistico, sempre più fondato sull’ideologia del Pil, dottrina «economica e mitologica» divenuta

ormai «una sorta di teologia», da cui deriva la catastrofe planetaria alle porte. L’antidoto? E’ la Decrescita: un nuovo

Rinascimento, che liberi gli individui dalla schiavitù dei consumi e dalle loro nefaste conseguenze in ogni campo:

ambiente, salute, qualità della vita e dei rapporti umani.

Primo obiettivo: smascherare il falso mito dello sviluppo illimitato, fonte di tutti i nostri guai. Ma è possibile concepire

un futuro senza sviluppo? «Certo. Perché non c’è alcun progresso, nello sviluppo», afferma Maurizio Pallante, ideologo

italiano della Decrescita. «Il concetto di sviluppo illimitato è una mistificazione. In realtà, non può esistere nessuno

sviluppo sostenibile: perché lo sviluppo è di per sé il problema, non la soluzione».

Saggista e scrittore, ecologista della prima ora, allievo dell’economista Claudio Napoleoni e fondatore con Tullio Regge

del Cure, comitato per l’uso razionale dell’energia, Pallante è ora l’ispiratore in Italia del Movimento per la Decrescita

Felice, proposta culturale e sociale che punta a creare riflessione, networking, comunicazione, solidarietà informata e

consapevole. Una specie di rivoluzione culturale. «La Decrescita – sostiene Pallante – è davvero l’unica soluzione per

guarire i mali del nostro sistema, basato sul culto del prodotto interno lordo». E spiega: «La salute dell’economia viene

ancora misurata in base all’andamento del Pil, che in realtà è soltanto un indicatore del valore monetario delle merci

commercializzate». Come disse Bob Kennedy nel 1968, «il Pil misura di tutto, tranne quello che ci serve per essere

felici».

Proprio qui, alla parola “felice”, si inserisce la peculiarità italiana della Decrescita: non una nuova tendenza settaria,

magari di sapore new age, ma una vera e propria ridefinizione antropologica di priorità. «A una vita fondata sul mercato

dei beni di consumo e su un “fare” di origine industriale, finalizzato a “fare sempre di più” – afferma Pallante –

dobbiamo prepararci a sostituire un’esistenza fondata su valori autentici, e cioè sullo scambio genuino di beni d’uso; su

un “fare bene”, che innanzitutto ci dia soddisfazione e ci renda, appunto, felici».

Sembra una sottigliezza, ma non lo è. Togliendo al mercato il suo potere mitologico, ora peraltro messo in crisi dal

terremoto finanziario mondiale, e restituendo capacità e responsabilità dirette agli individui, certamente si ridurranno gli

sprechi, i consumi energetici, il business del trading e i trasporti delle merci: fatalmente, si comprimerà il Pil. Malgrado

ciò – anzi, proprio per questo – si costruirà «un orizzonte pulito, abitabile, alternativo allo scempio speculativo: l’unico

possibile orizzonte, ormai, nel quale sia ancora pensabile la sopravvivenza di questo pianeta».

Il nuovo movimento italiano guidato da Maurizio Pallante si collega per alcuni aspetti ad altre tendenze europee, come

quella rappresentata dall’economista francese Serge Latouche, autore di analisi che negli ultimi anni hanno elaborato

una severa critica nei confronti del modello occidentale basato sull’ideologia di uno sviluppo potenzialmente illimitato:

«In natura, lo sviluppo illimitato non esiste. Negli ultimi tre secoli, il mito dello sviluppo inarrestabile ha minato le

risorse del pianeta. E la situazione è ulteriormente peggiorata negli ultimi quarant’anni, con l’avvento dei prodotti “usa

e getta”, concepiti per durare il meno possibile e pronti per essere trasformati in rifiuti che è sempre più costoso,

difficile e pericoloso smaltire: pensiamo alle discariche-colabrodo o agli inceneritori, che sono fabbriche di tumori».

Ora, la crisi climatica e l’implosione economica planetaria non fanno che confermare questa diagnosi: è necessario

invertire la rotta, o la Terra non reggerà al collasso che si profila all’orizzonte. E dunque: via libera a fonti rinnovabili,

riduzione e riciclaggio dei rifiuti, contenimento dei consumi, ritorno all’agricoltura tradizionale e promozione delle

filiere corte. «Non solo: è fondamentale anche il recupero di capacità perdute, quelle che servono ad auto-produrre beni

d’uso fondamentali».

Per questo, il Mdf ha aperto l’Università del Saper Fare, network formativo che coordina corsi di

auto-produzione che in tutta Italia radunano migliaia di neo-autoproduttori. «Ognuno, nel suo piccolo, può fare molto

per ridurre costi, sprechi e inquinamento, imparando a risparmiare e condividere: fare il pane in casa può diventare

innanzitutto un piacere».

La Decrescita Felice “fai da te” è il primo passo verso un network evoluto, una società più solidale e consapevole.

Come quella che lascia intravedere l’associazione dei Comuni Virtuosi, che promuove progetti esemplari: grazie ai

quali si migliora la qualità dei servizi in tutti i campi (energia, rifiuti) salvaguardando l’ambiente e pesando meno sul

bilancio economico delle comunità. «E’ un processo complesso, una riconversione globale che richiede tempo –

aggiunge Pallante – ma, proprio per questo, l’azione dei singoli può contribuire moltissimo ad accelerare i tempi,

inducendo la politica a compiere finalmente le scelte giuste».

Da sempre sostenitore delle “tecnologie di armonia” al servizio dell’ambiente e grande fautore di ogni forma di

prevenzione (il risparmio su tutto: meno costi, meno rifiuti, meno dispendio energetico, meno inquinamento), Pallante

sintetizza in modo poetico il suo ideale di Decrescita Felice: «In fondo, si tratta si recuperare l’antico sapere dei nonni:

il falso progresso l’ha scartato come obsoleto, ora invece ne sentiamo la mancanza». Un sapere che deriva da uno stile

di vita sobrio, a diretto contatto coi mezzi di produzione dei beni essenziali. «E’ un po’ la filosofia dei monaci

medievali, che erano innanzitutto auto-produttori comunitari e contemplatori del loro lavoro», come spiega lo stesso

Pallante ne “I monasteri del terzo millennio” (“Ricchezza ecologica”, ManifestoLibri). «Nel loro motto, “ora et labora”,

il riferimento spirituale viene prima di quello materiale: un suggerimento che, a distanza di secoli, vale la pena

rivalutare».

Decrescita Felice, dunque. «Per ricreare socialità, riscoprire valori essenziali, ridurre le dipendenze, gli sprechi e i costi

ambientali. E migliorare la qualità della vita». Una rivoluzione culturale, ispirata dal bisogno di un nuovo umanesimo.

«Dobbiamo riappropriarci della nostra esistenza, dei nostri ritmi vitali e del destino della Terra. Ci servono nuovi

strumenti pratici, nuove consapevolezze, nuovi saperi». L’obiettivo? «Essere felici, partecipi. Aderendo alla Decrescita,

ognuno sa di poter cominciare a fare finalmente qualcosa di concreto, da subito, senza attendere i tempi eterni delle

strategie globali».

Non è poco, in un mondo che si pretende costituito di soli numeri, di masse inerti e rassegnate di tele-consumatori dove

gli individui non contano niente. Maurizio Pallante e la sua Decrescita Felice fanno mostra di ottimismo: «E’ ormai

evidente a tutti che un’epoca di errori disastrosi si è conclusa. Ora è tempo di riprendere per mano il nostro futuro, con

fiducia: insieme, malgrado tutto, possiamo farcela».

Per informazioni:

Decrescita Felice: http://www.decrescitafelice.it

Università del Saper Fare in costruzione il sito (http://www.unisf.it) segreteria@unisf.it – 331/7088697