SERGE LATOUCHE a Cagliari, Settembre 2011

23 settembre 2011

Soluzioni alla crisi: austerità? No, rilocalizzare. Intervista a Serge Latouche

http://www.greenews.info/idee/soluzioni-alla-crisi-austerita-no-rilocalizzare-intervista-a-serge-latouche-20110922/

settembre 22, 2011 Idee

Serge Latouche, arriva con passo lento e la moglie accanto. Arriva sul palco del Festival Marina Café Noir di Cagliari accompagnato da applausi come fosse una rockstar. Eppure di musicale la sua teoria sulla “decrescita”, non ha niente. Otto R, ma niente musica. Otto cambiamenti interdipendenti: rivalutare, riconcettualizzare, ristrutturare, ridistribuire, rilocalizzare, ridurre, riutilizzare, riciclare. Otto punti fermi che lo hanno fatto diventare una stella del pensiero contemporaneo. Arriva con il suo bastone e il cappello in testa. Ringrazia e plaude l’organizzazione del festival sempre attenta alla sostenibilità con i generatori di energia pulita che alimentano i service e l’utilizzo di stoviglie biodegradabili e compostabili. Non solo di Pil e di deficit vive un economista. Latouche parla di amore della verità, senso della giustizia, responsabilità, rispetto della democrazia, elogio della differenza e dovere di solidarietà. Racconta come sia necessario ridistribuire le ricchezze e l’accesso al patrimonio naturale, sia fra il Nord e il Sud del mondo sia all’interno di ciascuna società. Ridurre gli impatti sulla biosfera dei nostri modi di produrre e di consumare, riutilizzare e riciclare i rifiuti del consumo. Racconta un’altra società, utopica?

D) Prof. Latouche, in che mondo viviamo?

R) Quello che osservo è uno stato di schizofrenia permanente: un giorno siamo in ripresa, il giorno dopo veniamo declassati. Facciamo parte di uno Stato che potremmo chiamare tranquillamente l’”Assurdistan”. L’unica consolazione è che la crisi di questo sistema ci ha portato all’ora della verità. Finalmente.

D) Lei, nel suo ultimo lavoro, “Breve trattato sulla decrescita serena”,  cerca di uscire al di fuori dell’utopia. Come?

R) Prima di tutto chiariamoci su un concetto: la crisi riguarda tutti e non solo la Grecia,  l’Italia, la Spagna. Siamo vittime dei “crediti ninja”, il 70% degli americani sono proprietari di debiti, tutto questo ha portato a una crisi anche morale e di civiltà, siamo all’incrocio della strada. Bisogna riconcettualizzare e ristrutturare gli apparati produttivi e i rapporti sociali. Rilocalizzare, cioè produrre in massima parte a livello locale i prodotti necessari a soddisfare i bisogni della popolazione, in imprese locali finanziate dal risparmio collettivo raccolto localmente. Se le idee devono ignorare le frontiere, al contrario i movimenti di merci e capitali devono essere limitati all’indispensabile. Invece quello che ci chiedono è “austerità”. Io sono contro l’austerità, il rigore e la ripresa della crescita. L’austerità fa in modo che non si garantisca l’assistenza sanitaria per tutti, destruttura l’istruzione e fa in modo, visto che siamo qui, che un festival, e cioè la cultura, si finanzi sempre meno. Si risparmia a spese dell’ambiente tanto da dover pensare anche ai tanti immigrati del clima che in futuro aumenteranno. Le sembra una bella soluzione? La verità è che non c’è niente di peggio che in una società fondata sulla crescita non ci sia crescita! La crescita è finita negli anni Settanta. Se si abbandona questa idolatria della crescita, sopravviveremo.

D) Quindi?

R) La crisi si deve affrontare superando due tabù: l’inflazione e il protezionismo. Ma soprattutto bisognerebbe uscire dall’euro. Dobbiamo riappropriarci della moneta, che può essere un buon servitore, ma che in alcuni casi può diventare un pessimo padrone. A marzo del 2011 il 93% dei cittadini islandesi ha detto no al pagamento del debito, lIslanda si è rifiutata di pagare il debito perché pur facendo parte dell’Europa non ha la moneta unica, la Grecia non può. L’Ungheria ha deciso di far pagare il debito alla banche. Perché nessuno racconta questi esempi alternativi?

D) Il suo è anche un programma politico, quale partito occidentale oggi si avvicina di più al suo modello?

R) Non c’è un partito in particolare, ci sono dei singoli politici che si stanno affacciando a queste idee. Ma soprattutto l’importante è che ognuno faccia la sua parte, a prescindere dai partiti: dentro un gruppo di acquisto solidale, nel proprio quartiere, in un’associazione, costruendo una rete di consumo consapevole, risparmiando energia e sprecando meno. La decrescita non è ne di destra ne di sinistra, il mio programma è in primo luogo un programma di buon senso. Bisogna dare l’esempio agli altri, sapere che quando si consuma un chilo di bistecca si consumano sei litri di petrolio. Siamo tutti chiamati in causa quando scegliamo. La soluzione non è crearsi un mondo appartato, ghettizzarsi: si può lottare contro la Fiat e lavorare per la Fiat. Bisogna fare i conti con questo mondo: i morti non fanno la resistenza.

D) Dovremmo dunque aspettarci un “partito politico della decrescita”?

R) Rifiuto l’idea della creazione di un vero e proprio partito politico della decrescita, che rischierebbe di cristallizzare lo spirito del movimento.

D) Ha un libro da consigliare come fonte di ispirazione?

R) Tonino Perna, ha appena scritto un bellissimo libro che si intitola “Eventi estremi”. Il crollo di Wall Street del settembre 2008 è stato definito una “tempesta perfetta”. Perna affronta le analogie tra denaro e finanza, tra la finanza, il clima e la CO2. Gli “eventi estremi” climatici e finanziari, in crescita negli anni recenti, si caratterizzano per il medesimo meccanismo: “fluttuazioni giganti” provocate da una fortissima accelerazione dei processi.

D) Come si può ancora essere felici?

R) Solo la frugalità ci può dare l’abbondanza. Lo sanno bene i pubblicitari che i popoli felici non hanno bisogno di consumare.

D) Come si prepara la transizione a una società frugale?

R) Ci sono molti esempi. I casi di San Cristobal e Marcos e della guerra dell’acqua di Cochabamba, sono spinte dal basso, spinte che hanno cambiato gli equilibri ma non hanno rivoltato gli Stati. Sono movimenti che non chiedevano potere, ma futuro per il popolo.

Francesca Fradelloni


Scuola- Le nuove materie? Esistevano già, ma andavano eliminate…

30 agosto 2011

 

 

 

 

 

http://www.ilsussidiario.net/News/Educazione/2011/8/27/LABELLA/203110/

Il Prof. Franco Labella, presidente del Coordinamento nazionale dei docenti di Diritto ed Economia, offre alcune acute osservazioni sulle sterili discussioni che si svolgono all’interno del Ministero dell’Istruzione, che si avvale spesso di opinabili consulenze di esperti in materia didattica e pedagogica.

In Italia si studia troppo? Le materie sono troppe (ma non state tagliate ed eliminate) ? I ragazzi si stancano? Ma allora diciamolo: chiudiamole tutte queste scuole!


L’uomo, un folle kamikaze

18 marzo 2011

Terremoto, tsunami, catastrofe radioattiva…

Il cataclisma giapponese di questi giorni fa emergere una riflessione molto triste ed angosciante sull’agire dell’uomo:  le azioni appaiono guidate non dalla razionalità, dalla logica, dall’efficienza, se vogliamo azzardare una prima analisi da un punto di vista scientifico- economico. Tali azioni illogiche sarebbero persino accettabili se comportassero una ricaduta benefica generale e globale sulle popolazioni; invece, viste da una prospettiva più umanistica, si presentano come frutto di decisioni che non hanno come orizzonte di riferimento e come denominatore comune la sicurezza, la salute, il bene degli uomini, piuttosto mettono addirittura in pericolo la prospettiva stessa di futuro del genere umano.

“Il Giappone si trova lungo la cintura di fuoco del Pacifico, una zona lunga 40mila chilometri e dove si concentra l’80 % dei terremoti, nel punto in cui si intersecano quattro placche tettoniche: la placca eurasiatica, quella nordamericana, quella pacifica e quella delle Filippine”. (http://www.meteoscienze.it/)

Come può un Paese situato in una zona così disgraziata permettersi di ricorrere a centrali nucleari? Fermo restando che le centrali comportano rischi ovunque, come dimostrano le perdite radioattive nelle centrali francesi (http://www.ecoblog.it/), può proprio il Giappone, uno dei Paesi meglio organizzati, disciplinati, avanzati della Terra, dipendere da una folle fonte di energia, ancor più se si considera che proprio il Giappone è stato vittima nella seconda guerra mondiale del bombardamento atomico di Hiroshima e Nagasaki, con conseguenze tragiche per gli abitanti del posto? E’ follia pura.

E folle sarebbe, fermandoci all’approccio economico-scientifico, non ricorrere a fonti energetiche gratuite, rinnovabili ed inesauribili come il sole ed il vento, specie in Paesi come l’Italia, che,  tra le poche potenze al mondo a non essere caduta nella trappola del nucleare, ha mostrato di averne nostalgia.

Possiamo produrre energia a basso costo, senza conseguenze per i cittadini, senza lasciare tristi eredità ai nostri figli e nipoti (le scorie, così come le centrali stesse, anche se spente, restano radioattive per migliaia di anni) e invece vogliamo soluzioni costosissime, di lunga progettazione ed implementazione, di breve rendimento (dopo poco dovrebbero essere smantellate perché non più adeguate e perché l’uranio è scarso), di alta pericolosità…

In Giappone sono nati i kamikaze…

I nostri politici sono dei kamikaze, purtroppo, però,  non incidono solo sulla loro esistenza…


Roberto Saviano

9 novembre 2010

MAREMMA AMARA

26 ottobre 2010

Il saccheggio della costa tosco-laziale

MENTRE la Comunità Europea promuove il patrimonio culturale

e paesaggistico configurato come azione coordinata di valorizzazione

non solo delle singole emergenze puntuali ma del sistema territoriale

locale, OGGI, il Governo e le Regioni Lazio e Toscana puntano,

invece, su progetti di sviluppo come

_ I porti di Massa, di Talamone, di Civitavecchia

_ L’Autostrada Tirrenica e il Corridoio Pontino che muteranno l’equilibrio

paesaggistico che attrae da tutto il mondo il turismo e compromette

le attività di centinaia di aziende agricole

_ Opere che possono compromettere la salute dei cittadini come

1. la centrale a Carbone di Civitavecchia;

2. le centrali nucleari di Montalto di Castro e di Borgo Sabotino;

3. l’inceneritore di Allumiere;

4. il Cementificio di Tarquinia

_ La cementificazione del tratto sud tra Roma e Gaeta che distrugge chilometri

di costa nazionale

_ I porti di Fiumicino, turistico e commerciale, e sempre a Fiumicino, il

raddoppio dell’aeroporto.

_ I parchi fotovoltaici di Acquapendente, di Torre in Pietra, Ciampino

_ Il parco Eolico di Piansano.

Secondo Italia Nostri centri storici – potrà reggere a questo impatto infrastrutturale.

Per questo motivo l’Associazione ha inserito nella Campagna

“Paesaggi Sensibili 2010: paesaggio di costa”

il tema del “saccheggio” della costa tirrenica nel tratto tosco-laziale, che sarà

discusso nel CONVEGNO del

30 ottobre 2010

presso il cinema di Borgo Carige Comune di Capalbiopolitiche dei trasporti per rilanciare il confronto e trovare proposte alternative

al possibile “massacro paesaggistico” che si sta profilando nel

prossimo futuro.

P R O G R A M M A

9,30 Saluti del Sindaco di Capalbio Luigi Bellumori

_ Introduce la mattinata e modera il Vice Presidente Nazionale Italia Nostra

Nazionale Nicola Caracciolo

_ È possibile un’economia per il territorio realmente sostenibile? – Dott. Aldo

Perugi, Presidente Cassa di Risparmio della Provincia di Viterbo

1A SESSIONE – L’autostrada Tirrenica da Grosseto a Gaeta: false prospettive

_ Quale tutela nella Regione Toscana – Antonio delle Mura, Regionale Toscana

_ Il rapporto costi-benefici dell’opera – Prof.ssa Maria Rosa Vittadini, Università

IUAV di Venezia

_ Ricorso al TAR del CODACONS contro il progetto dell’autostrada – Avv. Cristina

Tabano, del CODACONS

PAUSA CAFFÈ

_ Quanto costa in termini economici agli agricoltori l’autostrada Tirrenica – Luigi

Ambrosini, imprenditore agricolo

_ Presentazione della proposta di delibera di iniziativa popolare per ottenere la

“cura del ferro” nella Regione Lazio – Gualtiero Alunni, portavoce Comitato NO

corridoio tirrenico

_ Intervento di un rappresentante dell’Associazione Colli e Laguna di Orbetello,

per la tutela e la valorizzazione del patrimonio ambientale, paesaggistico e culturale

identificativo del proprio territorio.

DIBATTITO

2A SESSIONE – I porti un’opportunità o la distruzione del paesaggio costiero

_ I porti di Massa e lago di Massaciuccoli: opportunità o distruzione del paesaggio

di costa – Mario Venutelli, Regionale Toscana

_ L’erosione delle coste prodotta dai porti turistici e dalle scogliere frangiflutti –

Riccardo Caniparoli, geologo (Libero docente V.I.A.)

_ I porti turistici: il caso di Talamone – Arch. Andrea Filpa, WWF Toscana, esperto

_ Il porto “cinese” di Civitavecchia: Legalità ai limiti della decenza – Roberta

Galletta, Presidente sezione Civitavecchia Italia Nostra

DIBATTITO

PAUSA PRANZO

14,30 Introduce i temi del pomeriggio Ebe Giacometti, consigliere nazionale Italia Nostra

_ Coordina il dibattito Andrea Purgatori

3A SESSIONE – Nucleare, Carbone, Fotovoltaico: quali rinnovabili?

_ Problemi di “Tutela” nella Regione Lazio – Arch. Prof. Cesare Crova, Presidente

Regione Lazio Italia Nostra

_ Lo stato dell’arte sulle centrali nucleari in Italia? – Prof. Gianni Mattioli

(proiezione filmato di Loreto Gigli sull’allagamento del 1987 della centrale nucleare

di Montalto)

_ Bilancio ambientale e valutazione dei rischi di una centrale nucleare a Montalto

Riccardo Caniparoli, geologo (Libero docente V.I.A.)

_ Considerazioni geologiche per capire i pericoli di una centrale nucleare a Montalto

Prof. Riccardo Caniparoli

_ Energie alternative: la necessità di definire una strategia nazionale – Margherita

Signorini, Cons. Naz. Italia Nostra

_ Un disastro per la salute e l’agricoltura: la centrale a carbone di Civitavecchia

Marzia Marzoli, Movimento no coke Alto Lazio Ernesto Cesarini, Comitato cittadini

liberi

_ Come e perché abbiamo bloccato il progetto eolico di Piansano – Dott. De

Rocchi, Sezione di Viterbo

_ Fotovoltaico Si? Fotovoltaico No – Avv. Emanuele Montini

_ La vittoria della petizione di iniziativa popolare per l’estensione del parco della

Maremma. Nuove prospettive per il parco – Dott. Michele Scola, Presidente Sezione

di Grosseto Italia Nostra

_ Intervento in cartella sulle osservazioni trasportistiche alla V.I.A. del tratto Civitavecchia

– Pescia Romana dell’autostrada tirrenica. Perché non pensare ad

una politica dei trasporti e mobilità realmente strategica per il Lazio e la Toscana?

Prof. Ing. Antonio Tamburrino, Università Lumsa Roma

DIBATTITO

Conclusioni Nicola Caracciolo


Noi eredi di Bush, quel “caro amico George”: la trappola insanguinata dell’Afghanistan

19 ottobre 2010

http://www.arcoiris.tv/

Le signore del Tea Party che minacciano Obama dovrebbero andare in gita a Kabul per capire cos’ha combinato la politica, bombe e mitraglia della destra americana. Che è anche la destra italiana: Berlusconi e Frattini ricordano come “grande Presidente” il figlio meno intelligente di Bush padre. Intanto gli alpini muoiono per “difendere la libertà del mondo libero”

Noi eredi di Bush, quel “caro amico George”: la trappola insanguinata dell’Afghanistan

18-10-2010

di Raniero La Valle

L’Afghanistan è l’ultimo – ma non ultimo – frutto avvelenato che si è lasciato dietro il fallimento del “nuovo secolo americano”: un secolo che, nella visione parossistica di Bush e della destra americana, irresponsabilmente sostenuta dai Blair e dai Berlusconi europei, avrebbe dovuto fare degli Stati Uniti il sovrano del mondo, del dollaro il metro di misura dell’universo, del sistema neoliberista l’unico regime economico e politico consentito, e degli “Stati canaglia” un deserto. Questa politica ha devastato l’economia mondiale, ha diffuso la povertà perfino tra i ricchi e reso più miserabili i poveri, ha distrutto l’Iraq, ha compromesso le prospettive di pace in Medio Oriente e ha impantanato gli eserciti occidentali in Afghanistan.

Se noi stiamo in Afghanistan a morire, ci stiamo per questo; ma non moriamo solo noi, ma anche sono morti quasi 2000 soldati della coalizione, e 40.000 afghani tra militari e civili, mentre centinaia di reduci americani ed inglesi si sono suicidati, come denuncia un appello lanciato dall’ex vescovo di Caserta mons. Nogaro. Se siamo lì in quel contagio di morte, ci stiamo non perché abbiamo fatto una scelta di valori (mettendo in campo per esempio la Costituzione italiana), ma perché, senza scelta, ci siamo messi al servizio di quell’empio disegno. Poi, quando tornano nelle bare, un vescovo militare dice a quei ragazzi uccisi che erano “profeti del bene comune, decisi a pagare di persona per ciò in cui hanno creduto e per cui hanno vissuto”, e che lo stavano facendo “nella consapevolezza di una strategia chiara e armonica”; ma non è vero, né per la coscienza di ciò che essi stavano facendo (in realtà “lavoravano”), né per la chiarezza della strategia, di cui l’unica cosa chiara è che non si sa come uscirne.

Neanche Obama lo sa; perché è più facile entrare in una guerra che uscirne. Quando ci si entra garriscono i gagliardetti e la stampa incita al rapido massacro; ma quando se ne esce si porta a casa una sconfitta, e la colpa di un’inutile strage.

Finché Obama non sa come uscirne (e ne avrebbe bisogno, per fedeltà alla sua stessa immagine), non lo sappiamo neanche noi, e non saranno certo quei giganti del pensiero che sono i nostri governanti e ministri a indicare la via. La cosa più ingegnosa pensata dal ministro La Russa è di mettere le bombe sugli aerei per impedire che saltino in aria gli automezzi a terra, che sarebbe come bombardare Palermo per impedire che ammazzino Falcone sull’autostrada di Capaci.

La guerra in Afghanistan si ammanta delle sovrastrutture ideologiche e perfino dei conforti religiosi che le Chiese sono solite offrire a tutte le guerre (fino a che non si convertano). Ma l’Afghanistan è più di una guerra: è una vendetta in forma di guerra, per lo stupro subito dall’America l’11 settembre, e non c’è mai lucidità nella vendetta. Ancora di più, l’Afghanistan è il macigno che il vecchio mondo, imperialista e violento, ha messo di traverso per impedire che si faccia strada un altro mondo di accoglienza reciproca, di corresponsabilità e di pace. È il manufatto con cui l’Occidente libero ha rimpiazzato il muro di Berlino eretto dall’Oriente malvagio, per ottenere gli stessi risultati di un mondo dominato e diviso.

Il ritiro dall’Afghanistan non è perciò solo la fine di una vendetta (che di per sé non avrebbe bisogno di nessun altra motivazione), ma è anche la condizione di un nuovo inizio, la svolta necessaria per rendere pensabile un mondo diverso, e per rendere credibile ogni altra alternativa. È chiaro ad esempio che Obama non può chiedere ad Israele di ritirarsi dai territori occupati e di dare fiducia ai palestinesi, se non si fida degli afghani e ne presidia il territorio. Coloni gli uni, coloni gli altri; buoni ad alzare muri gli uni, a stabilire barriere gli altri, pronti a demonizzare i propri nemici gli uni, a considerarli tutti terroristi gli altri.

L’Afghanistan è il simbolo di un tempo in cui non si sa più fare la guerra, e non si sa fare la pace, non si sa più dominare, e non si sa cooperare, non si sanno più dire le bugie, ma non si osa ancora dire la verità. Senza chiudere il buco nero dell’Afghanistan, l’America non potrà uscire dall’era di Bush, Obama non potrà governare, la storia resterà rattrappita; e la guerra perpetua, come modello del rapporto tra i potenti ed i deboli, non potrà avere fine: una guerra a bassa intensità, abbastanza bassa da poter essere detta “missione di pace”; almeno, finché si riesca a controllarla.

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Raniero La Valle è presidente dei Comitati Dossetti per la Costituzione. Ha diretto, a soli 30 anni, L’Avvenire d’Italia, il più importante giornale cattolico nel quale ha seguito e raccontato le novità e le aperture del Concilio Vaticano II. Se ne va dopo il Concilio (1967), quando inizia la normalizzazione che emargina le tendenze progressiste del cardinale Lercaro. La Valle gira il mondo per la Rai, reportages e documentari, sempre impegnato sui temi della pace: Vietnam, Cambogia, America Latina. Con Linda Bimbi scrive un libro straordinario, vita e assassinio di Marianela Garcia Villas (“Marianela e i suoi fratelli”), avvocato salvadoregno che provava a tutelare i diritti umani violati dalle squadre della morte. Prima al mondo, aveva denunciato le bombe al fosforo, regalo del governo Reagan alla dittatura militare: bruciavano i contadini che pretendevano una normale giustizia sociale. Nel 1976 La Valle entra in Parlamento come indipendente di sinistra; si occupa della riforma della legge sull’obiezione di coscienza. Altri libri “Dalla parte di Abele”, “Pacem in Terris, l’enciclica della liberazione”, “Prima che l’anno finisca”, “Agonia e vocazione dell’Occidente”. Nel 2008 ha pubblicato “Se questo è un Dio”. Promotore del “Manifesto per la sinistra cristiana” nel quale propone il rilancio della partecipazione politica e dei valori del patto costituzionale del ’48 e la critica della democrazia maggioritaria


Scuola e università nel mirino del Governo

6 ottobre 2010

Fra qualche anno forse non avremo neanche i medici di base, intanto abbiamo perso già gli insegnanti nelle scuole (40.000? 50.000? Di più?) e stiamo perdendo molti di coloro che insegnano nelle Università, insegnanti non in quanto docenti, ma in quanto ricercatori, cioè precari usati indebitamente e probabilmente gratis. Vediamo perché .

Perché protestano i ricercatori

Lettera aperta a studenti e genitori da parte del Coordinamento Nazionale Ricercatori Universitari

Cari studenti e genitori,

i “ricercatori” universitari italiani stanno protestando contro il DDL sull’Università e la manovra finanziaria dell’On. Tremonti.

Questa forma di protesta comporterà disagi anche per voi, quindi riteniamo giusto che sappiate perché parte della difficoltà che sta vivendo l’Università sarà anche da voi condivisa.

L’Università sta vivendo un momento difficile. Le risorse a disposizione sono andate riducendosi negli anni, i fondi per la ricerca e per la didattica sono diventati talmente esigui che spesso non si riesce a fornire il minimo necessario. Talvolta mancano i fondi per le fotocopie e, sempre più spesso, anche per la carta igienica, come in moltissime scuole.

Negli anni scorsi la necessaria espansione della conoscenza e l’indispensabile insegnamento della stessa ha richiesto ad una società moderna come la nostra di ampliare l’offerta formativa degli atenei. Il termine offerta formativa indica ciò che gli atenei possono mettere a disposizione dei cittadini del proprio territorio e del proprio Paese in termini di corsi e di didattica. L’aumento di tale offerta non è un capriccio di gente che seduta dietro ad una scrivania pensa a come impiegare tempo e denaro altrui. In realtà, è un atto di responsabilità che tiene conto delle esigenze del presente, che cerca di offrire ai giovani gli strumenti per meglio affrontare le sfide che la moderna società pone. Le mille sfaccettature della nostra società rendono necessaria un’offerta formativa la più variegata possibile. Un giovane deve poter scegliere tra mille possibilità formative, non tra dieci come nel passato, perché a differenza del passato le opportunità di lavoro sono diversificate così come gli interessi che attendono i giovani di oggi.

Ma nessuna offerta formativa ha un vero valore se la “società” non è in grado di offrirla al numero più alto possibile di giovani. E questo vale soprattutto in un periodo di crisi, allorquando le famiglie economicamente più deboli sono anche le più colpite dall’aumento dei costi per l’accesso dei propri figli all’Università.

I tagli al finanziamento dell’Università già da tempo hanno messo in crisi questo sistema e i “ricercatori” si sono sacrificati negli anni, svolgendo un compito che permettesse di mantenere la qualità e la quantità dell’offerta formativa e cioè della didattica.

Questo significa che molti tra quelli che chiamate “professori” e che hanno insegnato corsi, hanno fatto esami, hanno assistito gli studenti nelle loro tesi e che hanno raccolto i dubbi e le frustrazioni durante i vostri anni d’università non sono veri “professori”, ma “ricercatori”, gente che per dovere deve fare ricerca e non “insegnare” e “fare lezione”. Questo significa che per fare ciò che permette agli studenti di imparare, superare gli esami e diventare “dottori”, il ricercatore deve scegliere tra il proprio dovere e l’interesse dell’università e degli studenti. Sì, perché solo facendo ricerca e pubblicandola un ricercatore può incrementare il suo punteggio per fare “carriera” e diventare “professore” di ruolo. La didattica che permette di mantenere l’offerta formativa e agli studenti di laurearsi, non è utile per superare un concorso e per progredire nella propria carriera. Tutto questo sembra incredibile, quasi verrebbe da ridere, se non fosse che molti giovani ricercatori guadagnano 1.250 euro al mese, si bloccano gli scatti di anzianità, si riduce la tredicesima e via di questo passo.

Si esce da una crisi anche aumentando le possibilità creative e di conoscenza dei giovani, si esce da una crisi investendo sul futuro, come è stato fatto in altri Paesi, e non penalizzando le Università che debbono formare e trasmettere la creatività e la conoscenza. Si esce da una crisi anche sponsorizzando chi ha lavorato al di là delle proprie competenze, perché ha mostrato il proprio valore. Molti, inoltre, perderanno il loro posto di lavoro, perché “precari” o “a contratto”, pur avendo insegnato e seguito gli studenti.

I ricercatori stanno protestando nell’unica maniera civile e legale a loro concessa. D’ora in poi si atterranno soltanto a ciò che il loro statuto giuridico impone. Quindi, non insegneranno più: la conseguenza sarà la riduzione dell’offerta formativa degli atenei. Molti studenti andando nelle segreterie non troveranno più, probabilmente, i corsi che avrebbero voluto frequentare e dovranno cercarseli in altre università, ammesso che in altre università, senza i “ricercatori”, tali corsi possano essere attivati. Questa è la realtà.

Le tasse di iscrizione aumenteranno, i servizi per gli studenti si ridurranno, l’offerta formativa calerà drasticamente in quantità e qualità. Ecco perché interessa anche a voi la protesta dei “ricercatori”.

I “ricercatori” stanno protestando per far sì che il futuro dell’Università e dei giovani non sia pregiudicato da tagli alle risorse; i “ricercatori” stanno protestando per avere una “riforma” che preveda un’Università pubblica pienamente efficiente, che preveda un futuro per tutti i giovani, che permetta all’Università pubblica di offrire le stesse opportunità a tutti i suoi cittadini. Perché laurearsi non torni ad essere un privilegio di pochi.

L’Università deve essere riformata, guarita, restaurata, amata, desiderata, coccolata; non bistrattata, impoverita e dimenticata tra i denti di chi la vuole smembrare e sbranare.

Evitare tutto questo dipende in gran parte da noi che lavoriamo nelle università, ma anche dagli studenti e dai loro genitori: insomma, dipende da tutti gli Italiani.

Aiutateci a darvi il futuro che tutti meritiamo.

Coordinamento Nazionale Ricercatori Universitari

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