25 Aprile 2010, VENDOLA a “Che tempo che fa”:I barattoli di omologazione nel mondo ridotto a supermercato

26 aprile 2010

Sull’intolleranza:

“Tra i diritti fondativi del genere umano non c’è il diritto di Ulisse a varcare le colonne le Colonne d’Ercole e ad andare dove gli pare, senza che che noi lo mettiamo in un CPT o gli diamo un foglio di via?”

In Italia c’è un “patriottismo legato alla terra ed al sangue”, una “mitologia tribale, medievale”, che riguarda l’extra-comunitario e non piuttosto un “patriottismo della specie umana, che ha diritto di poter vivere ovunque sia possibile”.

“Ci sono dei connazionali con i quali non mi sento unito: con alcune parti d’Italia in cui c’è una propensione naturale alla pulizia etnica…Non sento di unirmi con chi pensa che l’intolleranza sia un fatto naturale”.

Sulla Resistenza e sull’antifascismo (che appaiono valori minoritari):

“ I valori della Resistenza, dell’antifascismo, della Costituzione li abbiamo relegati in una teca di vetro, trasformati in una liturgia della retorica o della nostalgia”. Non possiamo essere uniti “nell’assenza di giudizio, come se fossero uguali le ragioni da una parte e dall’altra…Non mi sento unito con le ragioni dei fascisti, mi sento unito con le ragioni dell’antifascismo”.

Perché non ci siamo coralmente riconosciuti nei valori dell’antifascismo:

Una ragione è che “è stata uccisa la storia di uno sposalizio fortunato tra la parola Libertà e la parola Lavoro. Il fascismo è la risposta delle classi dirigenti in Italia al fatto che il mondo del lavoro, i cafoni della mia terra… cominciavano a prendere confidenza con la parola libertà…Con Berlusconi abbiamo assistito alla più spettacolare operazione culturale: il divorzio tra la parola Lavoro e la parola Libertà. Il lavoro è stato marginalizzato… con la precarizzazione del lavoro ognuno cerca con ansia ed inquietudine l’orizzonte del proprio destino individuale, non c’è un destino corale, collettivo. La libertà può essere quella esplosione pirotecnica di consumismo, di mercificazione…in cui sei libero di comprare uno dei …mille barattoli di omologazione che si vendono in un mondo ridotto alla forma di supermercato”.

L’altra ragione è legata al “progressivo cedimento ad un vocabolario, ad un linguaggio”, a parole feroci, cattive, ai codici della discriminazione e dell’intolleranza, cui tanta gente perbene a poco a poco comincia ad assuefarsi.

Berlusconi:

“Non ci siamo accorti che Berlusconi, molto prima che della politica, è un problema della cultura: Berlusconi non ha vinto nelle tribune elettorali, ha vinto nel corso di alcuni decenni nella trasformazione dell’immaginario; B. è la proiezione sulla scena pubblica del linguaggio del reality e della fiction. Non si può immaginare di vincere contro Berlusconi ed il berlusconismo semplicemente con una campagna elettorale, ma con una lunghissima campagna civile e culturale”.

Il Centro-sinistra nel panico:

“E’ possibile che il Centro-destra vince le elezioni regionali ed amministrative ed il Centro-sinistra non solo ha il coplo della sconfitta, ma il doppio colpo della cancellazione della sconfitta: non se ne accorge?”. Vendola dice che nel Centro-destra si è rotto il partito di plastica ed è venuta fuori una contesa tra due Destre, e “la reazione del Centro-sinistra è di panico” rispetto ad eventuali elezioni anticipate. “Non bisognerebbe avere paura…se si fosse capaci di essere un’alternativa, ma il Centro-sinistra ancora oggi non è un’alternativa”. Esso assomiglia al “contadino che va in campagna quando è tempo di raccolto; non trova niente e s’indispettisce…non sa che bisogna dissodare il terreno, bonificare, concimare, fare una buona semina e poi fare un buon raccolto….Il problema non è trovare un leader videogenico, fotogenico, sagace, con le battute giuste, con la capacità comunicativa, pubblicitaria…è che il berlusconismo è un’egemonia culturale, perché ha ucciso l’idea della politica…La politica è diventata una delega in bianco al leader carismatico… Per vincere il Centro-sinistra non deve immaginare un Berlusconi rosso, ma un popolo che dice no,…esiste la democrazia partecipata…”

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Tiziana Ferrario, lettera ai giornalisti

21 aprile 2010

Guardo con tristezza i commenti e le recriminazioni affissi sulla bacheca del Tg1. Tristezza per il violento scontro in atto in una redazione che in passato, sin dai tempi della P2, ha conosciuto momenti difficili ma che non era mai arrivata ad un livello così basso. Stare in questo giornale da anni, avere svolto ruoli di line, avere avuto la responsabilità di trasmissioni, avere fatto l’inviata in aree di crisi, e avere condotto varie edizioni del TG –come ha ritenuto necessario ricordare all’Italia sui giornali il direttore- mi ha consentito di maturare l’esperienza giusta per fare alcune riflessioni sul disastro che si sta consumando al TG1 e che l’ambizione di alcuni e la paura di altri impedisce di dichiarare apertamente.

L’ambizione professionale è legittima, ma va circoscritta dentro regole chiare che facciano da guida al percorso professionale di tutti. Proprio di tutti e non solo di alcuni.
Chi è cresciuto in questo giornale sa che una volta le regole c’erano e c’era qualcuno che le faceva rispettare, forse per senso morale ma anche perché questo garantiva un ambiente di lavoro accettabile. Da troppo tempo le regole sono state fatte saltare e questo ha messo gli uni contro gli altri. Il disagio è aumentato a livelli insopportabili e chi lo nega o è insensibile o è guidato da altri interessi.
Quello che sta accadendo da mesi in questo giornale, le emarginazioni di molti colleghi, i doppi e i tripli incarichi di altri, le ripetute promozioni e le ricompense elargite sotto forma di conduzioni e rubriche sono il frutto di una deregulation che viene da lontano ma che si è ulteriormente inasprita e che a mio parere non promette nulla di buono per il futuro e ci sta portando ad una perdita di credibilità del TG1.
Da mesi siamo sui giornali, sotto pressione non certo per gli scoop che abbiamo messo a segno, perché non vedo scoop da tanto tempo,ma per le aspre polemiche che ci circondano. L’esperienza del passato… mi insegna che è un cattivo segno quando si incomincia a guardare in quale fascia di età stiamo recuperando ascolti, quando è davanti agli occhi di tutti che siamo sempre sotto il 30 % di share. Una soglia –quella sotto il 30 %- che una volta temevamo di toccare e vivevamo come una sconfitta.
Vorrei ribadire che il TG1 è un patrimonio di tutti quelli che ci lavorano e non solo di alcuni giornalisti che vorrebbero appropriarsene facendo fuori professionalmente gli altri.
Anche questo non porterà nulla di buono, perché la credibilità del Tg1 nel passato era data proprio dalla ricchezza delle tante sensibilità culturali presenti in redazione, e dalla sintesi delle riflessioni che ne nascevano. Tutto questo non accade più da tempo, le riunioni sono un rituale stanco dove non si discute per timore di essere vissuti come dei disturbatori e quindi puniti.
Io credo si debba tornare a quel pluralismo di idee che ci portava a fare un giornale, magari istituzionale e un po’ noioso, ma rispettato e credibile. Un giornale che non inseguiva la superficialità e non era fazioso. Perchè questo viene chiesto al TG1.
Invito tutti quei colleghi che in questo momento sono accecati dalle sirene dell’ambizione e che vedono a portata di mano l’opportunità di avere tutto e subito con una semplice firma,di fermarsi a riflettere. Con il loro comportamento stanno infliggendo un duro colpo al patrimonio del TG1 dando un pessimo esempio ai colleghi più giovani. Vorrei anche ricordare che chi cede alla tentazione prima o poi riceve un conto molto salato da pagare. Il problema è che quel conto rischiamo di pagarlo tutti!
P.S. in ricordo dei bei tempi andati quando davamo le notizie esatte, vorrei precisare che è sbagliato dire che sono 28 anni che conduco il TG, come ha ritenuto opportuno dichiarare il direttore ai giornali. Sono di più . E lo considero un merito, non una colpa o un demerito da sventolare sui quotidiani!!! Ma lo stile non è di questi tempi.

Fonte: Tiziana Ferrario – Articolo 21

27 Marzo, l’ora della Terra

21 marzo 2010

Il 27 marzo dalle 20.30 aderisci all’evento globale del WWF – L’ora della Terra.
In tutto il pianeta si spegneranno le luci per un’ora.
Monumenti, palazzi, negozi, appartamenti. Comunità, scuole, singole case.
Un appuntamento planetario che quest’anno ha un significato ancora più forte: è il nostro modo per dire ai potenti che dopo il deludente vertice di Copenhagen noi non molliamo. Continueremo a chiedere un accordo globale sul clima efficace e vero.

http://www.wwf.it/oradellaterra/


No all’inceneritore di Parma!

16 marzo 2010

Il tempo stringe,
mancano 800 giorni all’avvio dell’inceneritore di rifiuti da 130.000 tonnellate che sorgerà a Parma nel quartiere S.P.I.P.
Siamo ancora in tempo, non è troppo tardi per fermarlo ma dobbiamo intensificare le azioni, chi decide deve sapere che i cittadini sono informati e non sono d’accordo con questa decisione.

Esistono delle alternative praticabili e già praticate, i cittadini di Parma lo sanno e le esigono.
Per fare ciò, però, il Coordinamento Gestione Corretta Rifiuti, attivo dal 2006 e composto da semplici cittadini, ha sempre fatto ricorso all’autotassazione.

Per presentare il ricorso legale sono serviti dei soldi (tanti!), per organizzare i cortei e la fiaccolata di dicembre sono serviti dei soldi, per stampare i volantini informativi sono serviti e serviranno dei soldi, per far sì che il principale quotidiano locale pubblicasse anche le nostre idee sono serviti dei soldi, per far arrivare le brochure informative a casa dei parmigiani sono serviti tanti soldi. Altri ne servono ora per organizzare la manifestazione NAZIONALE NO INCENERITORI che si terrà qui a Parma sabato 17 aprile.

La rete Nazionale No Inceneritori ci ha chiesto che la manifestazione si svolgesse a Parma perché, come ha detto il Prof. Paul Connett quando è stato nostro ospite a dicembre, “Parma è l’ultimo posto al mondo in cui si dovrebbe costruire un inceneritore”.
L’inceneritore nella “capitale europea del cibo” non andrebbe fatto.
La vertenza di Parma DIVIENE COSI’ UNA VERTENZA ITALIANA ED INTERNAZIONALE che unifica tutte le vertenze territoriali che in questo periodo si combattono anche nel resto d’Italia.

Purtroppo, però, non possiamo più sostenere tutte le spese da soli e quindi ti chiediamo aiuto.
Se puoi, se vuoi sostenere la nostra causa ti chiediamo di farci una donazione (non importa di quanto),
effettuando un bonifico utilizzando le seguenti coordinate bancarie:

Unicredit Banca – Filiale Parma Sicuri
Via Giulio e Giacinto Sicuri, 38A
43100 Parma
Conto Corrente Int” Libera Cittadinanza – Rete Nazionale girotondi e Movimenti”
IBAN: IT60K0200812722000100039138
Causale: contributo per l’alternativa all’inceneritore


La festa è finita (SERGE LATOUCHE)

20 gennaio 2010
La festa è finita

Serge Latouche

[25 Novembre 2009]

Un articolo del fondatore del movimento della decrescita [pubblicato su Carta 38709]. Che si chiede: vale la pena preoccuparsi del futuro e cambiare il nostro stile di vita?

Perché dovrei preoccuparmi della posterita? – diceva Marx [non Karl, ma Groucho] – Forse la posterità si è preoccupata per me?». Effettivamente, si può pensare che l’avvenire non valga tormentarsi per assicurarsi che ci sia e che sia meglio dar fondo il prima possibile al petrolio e alle risorse naturali piuttosto che avvelenarsi l’esistenza con il razionamento. Questo punto di vista è assai diffuso nelle elites, e si può comprenderlo, ma lo si trova anche implicitamente in un gran numero di nostri contemporanei. Oppure, come scrive Nicholas Georgescu-Roegen: «Forse il destino dell’uomo è di avere una vita breve ma febbrile, eccitante e stravagante, piuttosto che un’esistena lunga, vegetativa e monotona» [Nicholas Georgescu-Roegen, «La decroissance», edizioni Sang de la terre, 2006].
Certo, bisognerebbe che la vita dei moderni super-consumatori sia veramente eccitante e che, al contrario, la sobrietà sia incompatibile con la felicità e anche con una certa esuberanza gioiosa.
E poi anche… Come dice molto bene Richard Heinberg: «Fu una festa formidabile. La maggior parte di noi, almeno quelli che hanno vissuto nei paesi industrializzati e non hanno quindi conosciuto la fame, hanno apprezzato l’acqua calda e fredda dal rubinetto, le auto a portata di mano che ci permettono di spostarci rapidamente e praticamente senza fatica da un posto all’altro, o ancora altre macchine per lavare i nostri vestiti, che ci divertono e ci informano, e così via». E allora? Oggi che abbiamo dilapidato la dote «dobbiamo continuare a compiangerci fino alla triste fine, e coinvolgere il grosso del resto del mondo nella caduta? Oppure bisogna riconoscere che la festa è finita, fare pulizia dietro di noi e preparare i luoghi per quelli che verranno dopo?» [Richard Heinberg, «Pe?trole la fe?te est finie! Avenir des societes industrielles apres le pic petrolier», edizioni Demi-Lune, Paris 2008].
Si può anche giustificare l’incuria sul futuro con ogni tipo di ragioni, non necessariamente egoiste. Se si pensa, come Schopenauer, che la vita è un affare in perdita, è quasi una forma di altruismo, vuol dire risparmiare ai nostri figli il mal di vivere.
La via della decrescita si basa su un postulato inverso, condiviso dalla maggior parte delle culture non occidentali: per misteriosa che sia, la vita è un dono meraviglioso. Ed è vero che l’uomo ha la possibilità di trasformarla in un regalo avvelenato, e dall’avvento del capitalismo non si è privato di questa opportunità. In queste condizioni, la decrescita è una sfida e una scommessa. Una sfida alle credenze più radicate, dato che lo slogan costituisce una insopportabile provocazione e una bestemmia per gli adoratori della crescita. Una scommessa, perché nulla è meno sicuro della necessaria realizzazione di una società autonoma della sobrietà.
Tuttavia, la sfida merita di essere lanciata e la scommessa di essere fatta. La via della decrescita è quella della resistenza, ma anche quella della dissidenza, di fronte al rullo compressore dell’occidentalizzazione del mondo e del totalitarismo aggressivo della società del consumo mondializzato. Se gli obiettori alla crescita si danno alla macchia e insieme agli indigeni d’America marciano sul sentiero di guerra, essi esplorano la costruzione di una civilizzazione della sobrieta? scelta alternativa all’impasse della società della crescita, e oppongono al terrorismo della cosmocrazia e dell’oligarchia politica ed economica dei mezzi pacifici: non violenza, disobbedienza civile, boicottaggio e, naturalmente, le armi della critica.

*DOCENTE DI ECONOMIAALL’UNIVERSITA?D’ORSAY, OBIETTOREALLACRESCITA.
TRAISUOIULTIMILIBRI, «LASCOMMESSADELLADECRESCITA» [FELTRINELLI, 2007] E«MONDIALIZZAZIONEEDECRESCITA» [DEDALO, 2009],


Raccolta fondi contro l’abolizione dello studio del diritto e dell’economia

8 dicembre 2009

DAL COORDINAMENTO NAZIONALE DEI DOCENTI DI DIRITTO ED ECONOMIA:

Sulle pagine delLa Padania abbiamo fatto pubblicare, autofinanziandoci, il seguente avviso che presto, attraverso ulteriore raccolta fondi, comparirà su altri quotidiani nazionali:

Avviso a pagamento

Una domanda al Ministro Gelmini:

perché gli studenti italiani, a differenza di quanto accade in Europa, non devono più  studiare il Diritto e l’Economia?

Eliminare lo studio di tali materie significa limitare il processo di crescita civile dell’intero Paese. Fornire agli studenti gli strumenti per comprendere, imparando a rispettarle, le norme giuridiche e i meccanismi dell’economia non è una scelta  di destra,  di sinistra o di centro. E’ una scelta di buon senso. E’ per questo che il diritto e l’economia sono nei piani di studio di gran parte dei paesi europei.

Invitiamo tutti i Parlamentari  a far approvare alla Camera e al Senato un ordine del giorno che impegni il Governo a mantenere nei Licei e nei trienni dei Tecnici lo studio del Diritto e dell’Economia come materie del curricolo obbligatorio.

La scelta dell’opzionale è impraticabile e chi la propone lo sa bene.

Chi volesse sostenerci in questa iniziativa può contattare il coordinamento all’indirizzo coordnazdocdir@libero.it. Vi sarà comunicato il c.c.p. dove effettuare il versamento. L’entità del contributo è libera.

info su www.docentidiritto.it


Marrazzo da un altro punto di vista

29 ottobre 2009

Lasciando da parte la questione privata e personale dell’ex governatore del Lazio, per la quale egli affronterà delle sofferenze che in noi dovrebbero suscitare il sentimento di dispiacere, oltre che di meraviglia o disapprovazione (sull’ultimo direi di soffermarci poco, perché i gusti sessuali non dovrebbero essere oggetto di discettazione politica), riporto le considerazioni che molti cittadini dei Castelli romani hanno addotto come serio motivo di sperate dimissioni.

Da http://sotto-terra-il-treno.blogspot.com/

“Invece che per la storiella delle escort (tipologia trans), Marrazzo si deve dimettere per i reati che ha commesso nell’ambito della gestione dei rifiuti, con particolare riferimento all’inceneritore di Albano:
ha calpestato la legge (a cominciare da quella regionale in tema di distanze delle discariche e degli inceneritori dalle abitazioni);
ha taroccato la Valutazione di Impatto Ambientale (prima era negativa, poi è stata manomessa ed è diventata positiva);
ha anteposto gli interessi privati del signor Cerroni a quelli dell’intera collettività;
ha portato le tariffe dei rifiuti nella Regione Lazio al massimo livello su scala nazionale (e forse mondiale);
ha mantenuto la raccolta differenziata a livelli irrisori e ridicoli;
ha disatteso gli impegni presi con i cittadini, approvando di nascosto l’Autorizzazione di Impatto Ambientale il 13 agosto;
ha fatto predisporre uno studio che sottostima di 1.000 volte i tumori determinati dall’inceneritore.”