Notizie dal World Social Forum di Belem

6 marzo 2009

 

Milano, 15 febbraio 2009

I media italiani quest’anno hanno oscurato il Social Forum.

L’attenzione dei nostri commentatori si è concentrata solo su Davos: davvero curioso nel momento in cui la “superélite” del mondo può recitare solo il “mea culpa” per tante scelte e previsioni sbagliate.
Il problema è che qui, nel cuore della vecchia Europa, abbondano inquietudini e preoccupazioni, ma si è perso il gusto di guardare a cose nuove, di cercare di capire se nel mondo circolano altre idee e altre proposte. A me sembra invece buona cosa continuare a tenere lo sguardo aperto su tutto il mondo per afferrare, dovunque si manifestino, idee e processi politici e sociali nuovi.

Nel tradizionale confronto con Davos, la località sulle montagne svizzere dove, nello stesso periodo di tempo, si incontra la “superélite” del mondo, Belem ha potuto mettere in tavola un asso pigliatutto.

Le critiche alla globalizzazione deragliata, tradizionale motivo conduttore dei Social Forum, si sono dimostrate drammaticamente fondate.

La “logica di Davos”, la fiducia illimitata nella liberalizzazione e nell’autoregolamentazione dei mercati finanziari, ha portato il mondo alla più grave crisi finanziaria e economica del secolo.

I movimenti sociali e le organizzazioni dei lavoratori che avevano dato vita al Social Forum avevano visto giusto: la liberalizzazione assoluta della finanza mondiale, senza regola alcuna, era destinata a provocare sconquassi di rara intensità. Oggi i risultati sono sotto gli occhi di tutti: crollo dei mercati finanziari e fallimenti a catena di grandi istituti finanziari.
La baldanza e l’arroganza della “superélite” sono stati ridimensionati: i banchieri del mondo intero si prodigano oggi in imbarazzati “I’m sorry”.

Il problema ormai si è spostato: il focus della discussione oggi è come fronteggiare una crisi di cui tutti riconoscono la virulenza e la gravità. In tanti sperano che, passata la nottata, tutto torni come prima: Belem ha invece abbozzato un ragionamento diverso. La crisi, si è detto al Social Forum può essere l’occasione per mettere in campo idee nuove e per il protagonismo di altre forze sociali. Ovvero: la crisi può essere l’occasione per cambiare lo sviluppo del mondo nel segno della giustizia sociale, dell’espansione dei diritti e della compatibilità ambientale. Con ogni probabilità sarà proprio questa la vera sfida degli anni futuri.

Il Forum ha fatto toccare con mano ancora una volta la vitalità e la speranza che attraversa tanti paesi del Sud del mondo.

L’America Latina in particolare appare oggi l’epicentro o quanto meno la parte più sicura e dinamica delle forze progressiste del mondo intero. I risultati elettorali di questo decennio sono stati semplicemente sbalorditivi: la sinistra ha prevalso in libere elezioni in quasi tutta l’America Latina, eccezione fatta per la sola Colombia. L’onda progressista ha coinvolto perfino il Paraguai, un paese con alle spalle una lunghissima dominanza della destra più retriva, dove nelle ultime elezioni ha prevalso l’ex vescovo Lugo.

Morales, Correa e Lugo, Presidenti rispettivamente di Bolivia, Equador e Paraguai, hanno addirittura voluto sottolineare che lì stanno le radici del blocco sociale e elettorale che ha permesso la loro vittoria elettorale.
Ovviamente questa considerazione si presta anche a una lettura in controluce: alla baldanza dei movimenti progressisti del Sud del mondo corrisponde la difficoltà e il silenzio delle forze progressiste della vecchia Europa. L’Europa ha difficoltà a inserirsi nella nuova lunghezza d’onda delle froze progresiste. Il continente deve fare i conti con una caduta di ruolo economico e politico internazionale: la risposta che oggi si intravede porta il segno di inquietanti populismi rancorosi. L’Europa e le sue forze progressiste, è il messaggio indiretto del Forum, hanno dinnanzi a sè una strada lunga e difficile per recuperare voce e funzione. 

 Finalmente, si è detto, anche l’America dà il segno di volere tornare a partecipare a un coro progressista e Barack Obama sarà un nuovo assai importante interlocutore: nessuna carta in bianco però e nessun ruolo di guida riconosciuto a priori. Obama potrà e dovrà incontrarsi e interagire con forze che si sentono orgogliose del cammino e della direzione imboccata: dovrà trattarsi di un incontro alla pari. Il processo storico di ridimensionamento dell’egemonia del Nord del mondo e di costruzione di nuovi equilibri non si arresta alle soglie della nuova Casa Bianca.

E infine: Belem è la capitale di uno stato dell’Amazzonia. Il Forum ha dedicato grande spazio all’immenso bacino del più grande fiume del mondo. Questa scelta ha permesso di focalizzare in un colpo solo due grandi questioni: il futuro ambientale del pianeta e il destino delle popolazioni indigene. Le foreste dell’Amazzonia sono il polmone del mondo: le politiche per la loro salvaguardia sono essenziali per garantire un futuro al momdo intero. Il Forum ha fatto emergere la ricchezza e la vastità del movimento per la difesa del più grande patrimonio di biodiversità che l’umanità ha a sua disposizione. Ma, si è aggiunto, ed è una precisazione non da poco, le foreste possono essere difese e salvaguardate solo se questa scelta va di pari passo con la valorizzazione di quelle comunità indigene che abitano il suolo amazzonico da millenni.

Da qui la grande novità di Belem: migliaia di rappresentanti delle comunità indigene convenuti e riuniti al Forum. Durante l’incontro con i cinque Presidenti la prima parte dell’immensa sala era tutta occupata dagli indigeni nei loro costumi e nei loro colori tradizionali. Mai nel mondo capi di stato moderni avevano parlato davanti a una platea di indigeni così rappresentativa e mai nella storia autorevoli capi di stato si erano presentati anche come interpreti dei bisogni e dei sogni delle popolazioni indigene! Si tratta di una vera e propria svolta storica, a distanza di cinquecento anni da quello sbarco di Colombo che dette avvio ai lunghi secoli di espansione e di dominio dell’Occidente. 

 Si tratta di una svolta nel segno del risarcimento storico, del rispetto e della valorizzazione delle diversità culturali, dell’espansione dei diritti umani. Sarebbe bastata questa vicenda, da sola, per caricare di valore e di alto significato anche l’incontro di Belem del World Social Forum.

Ferruccio Capelli

Qui l’articolo intero www.casadellacultura.it


Dario Fo contro il nucleare

26 febbraio 2009

 

Morte ai fanatici ambientalisti

di DARIO FO

 

PROPRIO ieri 24 febbraio il presidente degli Stati Uniti Barack Obama ha presentato a camere riunite il suo progetto riguardo la produzione di energia e ha specificato che la produzione sarà pulita e rinnovabile. Inoltre, ha annunciato la quota di denaro che lo Stato americano ha intenzione di stanziare a cominciare da subito. Ha aggiunto: “Il nostro primo obiettivo è quello di riuscire ad abbattere drasticamente l’inquinamento atmosferico e l’effetto serra“.

Il giorno stesso, a Roma, il nostro primo ministro Berlusconi firmava un accordo per attuare nel nostro paese l’impianto di ben quattro centrali nucleari di terza generazione, e non ha assolutamente parlato dei problemi di riscaldamento globale. Segnaliamo a questo proposito che l’inquinamento della città di Milano per ben 35 giorni sui 55 dall’inizio dell’anno ha superato il livello di inquinamento atmosferico, raggiungendo i 171 microgrammi di polveri sottili, contro i 50 del limite europeo. Ma il Governo italiano e il Comune di Milano non fanno una piega.

Tornando al nucleare, Berlusconi ci dà notizia dell’avvenuto accordo sfoderando un sorriso compiaciuto. E aggiunge che finalmente si è “abbattuto il fanatismo ecologico di una parte politica che già vent’anni fa ci aveva impedito di terminare la costruzione di due nuove centrali”. Quindi si torna al nucleare? Ma come, ci siamo battuti tanto, il 70% degli italiani nel referendum sulle centrali ha votato contro, e lui ci definisce in massa fanatici dell’ecologia? E specifica che quello nucleare è un metodo ormai controllabile e sicuro. Ma come sicuro? Silvio, ti sei scordato che non più tardi dell’anno scorso in Francia succedeva un disastro: dall’impianto nucleare più importante della nazione, fuoriuscivano scorie tossiche che colpivano dieci operai. “Ma, calma!” dice il ministro francese, “degli operai sono stati colpiti dalle esalazioni, è vero, ma solo leggermente”. Cosa significa “leggermente”? Significa che i danni procurati alla salute di quei dipendenti sono insignificanti: gli son diventati i capelli un po’ azzurri, gli occhi fluorescenti e la pelle leggermente squamata. Qualcuno ha anche le branchie, ma gli stanno bene.


Ma io mi chiedo, questo nostro presidente è disinformato naturale o ha studiato per diventarlo? Nessuno gli ha detto che, a parte il pericolo continuo di disastro tipo Chèrnobyl, per il nucleare esiste il problema delle scorie? E che noi, in Italia, per il solo fatto di aver messo in funzione un paio di centrali nucleari cinquant’anni fa, ancora oggi abbiamo scorie che non sappiamo dove sbattere? E lo stesso accade anche in Francia, Il presidente ha dichiarato che entro il 2020 da noi sarà già attiva la prima delle quattro centrali previste. Ma quel cervello incandescente di governante sa cosa costa montare una centrale nucleare? In Finlandia ne stanno costruendo giusto una di ultima generazione. Avevano previsto che sarebbe costata un miliardo di euro, ma a metà percorso si sono accorti che il miliardo previsto s’era raddoppiato, due miliardi. Ora i responsabili della centrale, gente preparata e onesta, hanno avvertito che il valore dell’energia che riusciranno a produrre con quella loro centrale non riuscirà a coprire neanche la metà dei costi di fabbricazione ed impianto. Non solo, ma che la perdita aumenterà a dismisura quando, fra una ventina d’anni, come di norma, dovranno smontare tutto l’impianto e preoccuparsi di imballare ogni elemento dentro un enorme container in cemento armato, e poi andare a sistemarlo in uno spazio scavato nella roccia a un minimo di dieci metri sotto il livello del suolo.

E il nostro presidente, sempre lui, Silvio Eta Beta, assicura che l’energia nucleare è la più economica e produce ampi vantaggi e viene smentito immediatamente da ogni scienziato onesto e informato che lo sbeffeggia: “Ma che dici, Eta? Attento a te, i reattori funzionano solo grazie all’uranio arricchito. Ora devi sapere che negli ultimi anni il prezzo di questo propellente è aumentato di addirittura sette volte, per la semplice ragione che le riserve stanno per finire; e giacché il governo italiano ha appreso che per soddisfare l’intiero bisogno della nazione si dovrebbero realizzare, sul vostro territorio, almeno sessanta centrali dell’ultima generazione, dove andate a sbattere? Vi è sfuggito il particolare che per raggiungere questo numero abbisognano almeno trent’anni, con una spesa da fantascienza? E poi c’è il guaio che proprio in ragione dell’enorme numero di centrali che ogni paese cosiddetto civile ha in programma di costruire, entro quindici anni di uranio fruibile non ce ne sarà più e allora con cosa le fai andare le sessanta centrali, con le noccioline? O col popcorn?! E poi, cervellone mio, ci spieghi in quale zona o territorio hai in mente di costruirle queste centrali? Nessuno ti ha detto che l’Italia è un paese a forte incidenza tellurica? E che dal nord al sud più profondo non c’è luogo dove sia pensabile montarci un impianto nucleare? L’unico sicuro sarebbe Roma, anzi il Vaticano è proprio il punto ideale… io insisto e firmo per una soluzione del genere!