Una vita da supplente: lavorare gratis e pagare le tasse su un busta paga fasulla

16 settembre 2010

l carnevale degli istituti privati: “Ero assunta con contratto regolare, tutto a posto, meno lo stipendio, che non c’era. Per poter usufruire dei contributi dello Stato scartano docenti alle prime armi non per mancanza di esperienza, ma perché non possono dimostrare lo stato di disoccupazione biennale e non ottenere gli sgravi fiscali. Due piccioni in una fava. Lavoratori gratis e soldi da Roma” (anticipazione del libro pubblicato da edizione Nuovi Mondi)

http://domani.arcoiris.tv/

16-09-2010

di Vincenzo Brancatisano

Nel mese di ottobre del 2009 una docente di Inglese viene assunta come precaria presso un istituto tecnico commerciale di una città del nord grazie a una semplice messa a disposizione fuori graduatoria, a riprova ulteriore che di lavoro ce n’è, almeno in certe aree. Incontriamo la prof nella sala insegnanti mentre attende il cambio d’ora incollata al monitor di un computer alla ricerca di notizie sul decreto “salva precari” appena trasformato in legge dello Stato.

Le notizie non sono buone e non si capisce perché abbiano battezzato con un nome gentile e rassicurante un provvedimento che nulla può fare contro la grande mattanza di cattedre e di discipline che nel giro di pochi mesi getterà sul lastrico decine di migliaia di lavoratori con famiglie al seguito. La donna ha 38 anni e ci chiede di rispettare il suo anonimato. “Ho lasciato la mia città”, esordisce, “perché era insostenibile continuare a lavorare nelle scuole private. Nella scuola statale, peraltro, non vedevo sbocchi dalle mie parti, ora sono qui e spero nel futuro”. Ma il passato pesa tanto. In passato aveva abbandonato un posto fisso presso l’ufficio di un’azienda privata dopo essersi ribellata alla decurtazione illegale dello stipendio mensile. Ma la scuola non le ha certo riservato sorprese più piacevoli.

Perché ha lasciato il lavoro nella scuola privata?

“Non è pensabile lavorare senza percepire lo stipendio.”

Lei non aveva un contratto regolare?

“Era tutto regolare. C’era tutto tranne lo stipendio. Solo qualche volta mi venivano allungati 100, 150 euro come rimborso spese. La busta paga era regolare ed erano regolari anche il contratto e i contributi. Pure la dichiarazione dei redditi era regolare. Si fa per dire: pagavo le tasse su un reddito inesistente, in sostanza io pagavo per lavorare.”

Era la sola a vivere questa situazione?

“No. Nessuno di noi percepiva lo stipendio.”

Lo sapevate fin dall’inizio?

“Lo apprendevamo all’atto della firma del contratto anche se si sapeva in giro. E io, come gli altri colleghi, ho accettato perché al momento era l’unica possibilità di insegnare per accumulare il punteggio.”

Era assunta come dipendente o come autonoma?

“Ero assunta come co.co.pro. Questa forma contrattuale è molto diffusa. L’anno scorso mi hanno chiamato qui al nord per un contratto simile con la stessa formula e con pochi soldi. Ho detto no grazie, ricominciare da lì no. Lo fanno per risparmiare sui contributi. Certo, i pochi contributi mi erano versati ma ho sentito parlare di altre scuole private dove i miei colleghi erano costretti a dare dei soldi alle scuole perché versassero per loro i contributi, e tante volte la preferenza andava a candidati che avessero due anni di disoccupazione.”

In che senso?

“Per potere usufruire dei contributi dello Stato, le scuole scartavano docenti alle prime armi non perché non avessero esperienza ma perché non potendo dimostrare lo stato di disoccupazione biennale non potevano ottenere i benefici e gli sgravi fiscali previsti per i disoccupati.”

Il danno e la beffa…

“Sì, prendevano due piccioni con una fava. Lavoratori a buon mercato, anzi gratuiti, e i soldi da parte dello Stato.”

Come ci si sente a lavorare gratis da grandi?

“Bisogna avere una grande passione per questo lavoro, che per fortuna ho mantenuto. E poi, quando ci sei dentro perché vedi che è la norma, vai avanti. Però ora che ne sono uscita mi chiedo: ma come ho fatto a sopportare una cosa del genere?”

Provi a descrivere quella scuola.

“Era un istituto paritario con tre indirizzi, scientifico, linguistico e commerciale, con una classe per ciascun indirizzo, in qualche anno mancava la prima, che in genere era meno numerosa rispetto alle altre. Un po’ più facile per gli alunni rispetto alla scuola statale e questo si può immaginare. Per il resto, lezioni, consigli di classe, esami di Stato interni, le cose normali che si fanno a scuola.”

Tranne lo stipendio. I sindacati sanno queste cose?

“Il sindacato sa. Non ci siamo mai rivolti al sindacato. Se non vuoi stare al gioco non ci vai in quelle scuole anche perché ci sono pile così di domande di altri candidati.”

Non ha mai pensato di denunciare il fatto?

“Ci ho pensato tante volte ma in quegli anni s’erano creati dei rapporti di lavoro con il datore di lavoro e andare a denunciare oggi… non mi va.”

Come vede il futuro?

“Spero di riuscire a realizzare il sogno di insegnare, quello che vedevo appena laureata con gli occhi di una che pensa dispaccare il mondo con un 110 e lode. Sottolineo questo voto perché all’epoca mi illudevo che il voto potesse premiare il merito, invece non è così. Il voto non vale niente, valgono solo i corsi a
pagamento, chi ha più soldi ha più abilitazioni. Si pensi anche alla Ssis. Sono stata danneggiata enormemente dai sissini, primo perché il punteggio della Ssis è superiore a quello dei concorsi ordinari, poi perché pur essendoci il divieto di fare supplenze durante il corso abilitante molti della Ssis facevano entrambe le cose e il punteggio lievitava, e così fui superata in graduatoria da ragazzine appena laureate.”

Poteva iscriversi anche lei alla Ssis, no?

“Io ero già abilitata. Perché mai avrei dovuto abilitarmi un’altra volta, pagando? Lo stesso discorso vale per il sostegno: chi ha conseguito il corso abilitante per il sostegno, a pagamento e caldeggiato dai sindacati, non solo ha potuto incrementare il proprio punteggio nella propria disciplina ma poi, dopo cinque anni dall’assunzione in ruolo sull’handicap, passa nell’insegnamento della materia comune.”

Conferma che sono molti quelli che abbandonano l’handicap per passare sulla disciplina comune?

“Molti? C’è un boom. Questi signori aggirano la graduatoria e lasciano con un palmo di naso i colleghi.”

Insistiamo: avrebbe potuto farlo anche lei.

“L’opportunità l’ho avuta più di una volta. Ogni tanto mi viene da pensare che sono stata una cretina. Subito dopo la laurea mi è stato proposto di fare il sostegno. Ho detto no e forse mi sono sbagliata. Di sicuro oggi sarei di ruolo in inglese dopo avere sfruttato l’handicap di qualche studente. Ma sono un’idealista. Mi sono sempre rifiutata anche perché l’ho percepito come un ricatto: pagare per potere insegnare una materia che non è la propria. Stesso discorso per le Ssis. Infatti paghi e passi avanti agli altri. Nelle classi di concorso dove ti puoi abilitare più volte ne frequenti tanti e accumuli punti.”

Si sente amareggiata?

“Mi sento derubata del mio diritto a ottenere il lavoro per il quale ho studiato, e per il quale mi sono a lungo qualificata e specializzata.”

Prima di insegnare lei ha lasciato un lavoro a tempo indeterminato in un’impresa privata di import-export. Perché quella scelta?

“Mi sono licenziata dopo un anno perché non era il lavoro che volevo fare. E poi perché c’erano delle scorrettezze dal punto di vista economico. In pratica mi decurtavano 300 mila lire dalla busta paga giustificandole come permessi straordinari non retribuiti. Ai colleghi, che non erano tenuti a pagare con
assegno, e quindi erano pagati in contanti, arrivavano a togliere anche 500 mila lire. Ho scoperto la cosa solo con la prima busta paga. Ho chiesto spiegazioni al ragioniere della ditta e lui mi ha spiegato che funzionava così. Ho lasciato il privato per lo Stato per evitare queste porcherie e invece mi è capitato di peggio.
Mi ero illusa che le persone che studiano vedranno prima o poi premiato il merito e invece sono passati dodici anni e sono ancora precaria. A quasi 40 anni pur avendo tutte le carte in regola per fare il mio lavoro mi ritrovo in un’altra città a ricominciare quasi da zero.”

Niente di cristiano in molte scuole private

Molte delle scuole non statali sono teatro di ulteriori e più gravi forme di sfruttamento del lavoro, che quasi tutti fanno finta di non vedere. Scrive la Flc/Cgil: “La questione del lavoro nero e in modo particolare del lavoro irregolare rappresenta nel settore della scuola non statale complessivamente intesa, sia curriculare che extracurriculare, un fenomeno storico, irrisolto e non riscontrabile in altri analoghi settori produttivi proprio per via della sua peculiarità. Si tratta di una delle contraddizioni ‘storiche’ del sistema, connotato da sempre dalla coesistenza di situazioni avanzate con sacche consistenti di arretratezza, ulteriormente ampliate dalle nuove norme introdotte sul mercato del lavoro dal D. Lgs 368/2001 sui contratti a termine, dalla legge 30 e dai discutibili interventi della Moratti in tema di parità scolastica”.

Nei gruppi di discussione on line il fenomeno è oggetto di frequenti dibattiti. Vi partecipano docenti che denunciano il proprio stato di sfruttamento, anche se non mancano interventi volti a contenere le critiche. “Nelle scuole cattoliche”, denuncia un utente in rete, “non c’è niente che sia veramente cristiano.

Ho un sacco di amici che si prostituiscono lavorando in scuole paritarie di stampo ‘cattolico’. Lavori il più delle volte gratis e in mansioni che non sono sempre le tue. Un docente può trovarsi anche a svuotare i cestini delle classi perché i bidelli (uno) non lo fanno (conosco uno che lo fa). Oppure partecipare all’openday gratuitamente (minimo 6 ore tra preparativi e tutto). Partecipare a svariati consigli di classe interminabili (di solito il doppio di quelli del pubblico). Sottostare a un preside che rompe a non finire. Però la mattina devi fare il segno della croce in ogni classe. Che ipocrisia!”.

Ma non è sempre così, è ovvio. La denuncia non esclude che nelle altre scuole cattoliche le cose vadano decisamente meglio.

Stando a un passaggio di una più articolata sentenza del Tar del Lazio, le scuole private sarebbero luoghi privilegiati, una sorta di Eden della cultura e della professionalità dei docenti, diversamente da quanto accadrebbe, secondo i giudici romani, nelle scuole pubbliche: “Al contrario”, vi si legge, “l’interesse del gestore privato di offrire un servizio che non pregiudichi il prestigio dell’istituto, che attiri nuovi clienti e che costituisca una soddisfacente remunerazione del capitale investito, induce all’arruolamento del personale migliore reperibile sul mercato (quali i giovani brillantemente laureati, che non hanno possibilità di trovare occupazione immediata nella scuola pubblica)”. Altrettanto “non può dirsi per la scuola pubblica”, prosegue il Tar, “nella quale, fino alla svolta impressa dalla legge 124 del 1999, abbondavano più i docenti sanati che quelli veramente meritevoli”. Sarebbe sufficiente garantire un lavoro sicuro, magari nella scuola pubblica, a tanti docenti sfruttati e umiliati da alcune o molte scuole private, a patto che essi denuncino le angherie di cui sono vittime e complici al contempo. In tal caso ne sentiremmo delle belle.

Vincenzo Brancatisano è docente di diritto ed economia politica, giornalista che collabora alla “Gazzetta di Modena” e ad altre testate. Nel 1988 ha ricevuto il premio De Curtis per il libro “Di Bella”, edito da Posotove Press e uscito in edizione inglese per Quartet Books.


15.000-20.000 insegnanti in meno: gli alunni aumentano di 50.000 unità, le classi diminuiscono di 6.000

26 agosto 2010

Da Repubblica
I precari sul piede di guerra
15-20 mila perderanno il lavoro
Tre siciliani in sciopero della fame dal 17 agosto. Da venerdì due lo faranno a Roma. La mobilitazione contro i tagli si estende. E potrebbe coinvolgere anche i genitori di bambini disabili
di SALVO INTRAVAIA

I precari sul piede di guerra 15-20 mila perderanno il lavoro

Sarà un autunno caldo per la scuola. Le proteste si moltiplicano e si estendono in tutta Italia. Da venerdì prossimo due precari faranno lo sciopero della fame a Roma, in piazza Montecitorio. I tagli agli organici stanno mettendo in ginocchio migliaia di famiglie, soprattutto al Sud. Ma non solo: gli alunni disabili avranno a disposizione meno ore di sostegno e le classi saranno ancora più affollate. Una situazione che rischia di scoppiare proprio con l’avvio dell’anno scolastico e con l’apertura delle scuole. La prima protesta è scoppiata dopo Ferragosto a Palermo. Ma è certo che nei prossimi giorni seguiranno altre manifestazioni.

Dal 17 agosto, nel capoluogo siciliano, tre precari (un docente, un assistente amministrativo e un collaboratore scolastico) sono al nono giorno di sciopero della fame 1 e “non hanno nessuna intenzione di mollare”. Salvo Altadonna, Giacomo Russo e Pietro Di Grusa, tutti e tre sposati e con famiglia a carico, a settembre rimarranno senza lavoro e hanno deciso di digiunare a tempo indeterminato. Di Grusa, 50 anni, ha anche sospeso le medicine per la cardiopatia da cui è affetto e domenica scorsa è finito in ospedale. Ma il giorno dopo, contro il parere dei medici, è tornato a digiunare. “Senza lavoro sono comunque un uomo morto”, dichiara. Da tutte le regioni italiane, ai tre temerari palermitani, sono arrivate attestazioni di solidarietà.

Il numero dei precari della scuola che, anche dopo un decennio, dovranno dire addio all’incarico e allo stipendio non è ancora noto con precisione, ma si parla di 15/20 mila unità in meno rispetto allo scorso anno. Ieri mattina a Caltanissetta è stata occupata la sede dell’Ufficio scolastico provinciale (l’ex provveditorato agli studi). Insegnanti e personale Ata precario intendono proseguire la protesta a tempo indeterminato. In tre anni, nella sola provincia nissena, sono spariti più di mille posti. Per Paolo Ferrero (Prc) “l’indifferenza di fronte allo sciopero della fame dei precari della scuola a Palermo è il segno che la politica italiana è afflitta da un cinismo, indegno di un Paese civile”.

Intanto, dopodomani nella Capitale si riunirà l’Osservatorio permanente dei Coordinamenti precari scuola. Dopo un incontro con i sindacati i supplenti romani intendono chiedere un aumento dei posti assegnati dal ministero e, in caso contrario, si dichiarano “pronti a rioccupare via Pianciani”, la sede del provveditorato agli studi di Roma. Nelle scuole della provincia, spiegano i precari, per tagliare più posti possibile, le classi sono state riempite a dismisura. In parecchi casi si sfiorano i 30 alunni. Un trend che ormai prosegue da alcuni anni. Negli ultimi due, la popolazione scolastica è cresciuta di 50 mila alunni, ma le classi sono in calo di 6 mila unità. E per il prossimo anno si prevede un ulteriore incremento di alunni e ancora un taglio delle classi.

Alla protesta di chi ha perso il lavoro potrebbe presto aggiungersi quella dei genitori dei bambini disabili. Dalle prime stime, il loro numero è in crescita rispetto a 12 mesi fa, ma l’organico predisposto dal ministero prevede lo stesso numero di cattedre dell’anno scorso: 90.469 posti. Questo significa che ogni alunno avrà meno ore di sostegno. Per rendere difficile l’avvio dell’anno scolastico basterà poco quest’anno. Per effetto dell’entrata in vigore della riforma delle superiori, che ha richiesto uno slittamento delle iscrizioni, tutte le operazioni di nomina del personale di ruolo e dei precari sono in enorme ritardo rispetto al passato.

Nelle grandi città la nomina dei supplenti slitterà a settembre e certamente migliaia di precari non potranno partecipare alla riunione del primo settembre, dove si stabiliscono tutti i passaggi e i criteri per affrontare l’anno scolastico. E col suono della prima campanella dal 13 settembre in dieci regioni italiane, con tutta probabilità buona parte dei 120 mila supplenti in attesa di un incarico a tempo determinato non potrà neppure essere in classe. A Roma, tanto per fare un esempio, fino al 31 agosto si nomineranno i nuovi assunti. Il calendario delle nomine a tempo determinato verrà affisso, scrive il dirigente Giuseppe Minichiello, dopo il 2 settembre. E sarà piuttosto difficile nominare in poco più di una settimana almeno 8 mila supplenti e oltre 5 mila precari Ata (amministrativi, tecnici e ausiliari)


Il lavoro e la cultura degli italiani

19 agosto 2010

L’occupazione in Italia va decrescendo, si sa; ma si sa molto poco della grave situazione dei docenti italiani.

In conseguenza del riordino del Ministro Gelmini, ci saranno degli esuberi, eclatanti per la materia di Diritto ed Economia (a dispetto del silenzio dei media), che avranno degli effetti tragici per le famiglie dei docenti e per l’apprendimento dei discenti. E’ sconfortante constatare quale sia l’importanza attribuita dalla classe politica italiana alla coltivazione della conoscenza e all’istruzione dei propri cittadini; è umiliante l’ignoranza sia dei politici che dei cittadini del contenuto e del valore della nostra Costituzione.

E’ superfluo conoscere quali sono i poteri del Presidente del Consiglio o del Parlamento? Quali sono i diritti delle lavoratrici e dei lavoratori? Qual è la differenza tra democrazia e regime? E’ irrilevante conoscere i meccanismi che regolano la finanza pubblica o la Borsa, le implicazioni della globalizzazione, le cause della crisi economica, la libertà di stampa, di espressione…?


25 Aprile 2010, VENDOLA a “Che tempo che fa”:I barattoli di omologazione nel mondo ridotto a supermercato

26 aprile 2010

Sull’intolleranza:

“Tra i diritti fondativi del genere umano non c’è il diritto di Ulisse a varcare le colonne le Colonne d’Ercole e ad andare dove gli pare, senza che che noi lo mettiamo in un CPT o gli diamo un foglio di via?”

In Italia c’è un “patriottismo legato alla terra ed al sangue”, una “mitologia tribale, medievale”, che riguarda l’extra-comunitario e non piuttosto un “patriottismo della specie umana, che ha diritto di poter vivere ovunque sia possibile”.

“Ci sono dei connazionali con i quali non mi sento unito: con alcune parti d’Italia in cui c’è una propensione naturale alla pulizia etnica…Non sento di unirmi con chi pensa che l’intolleranza sia un fatto naturale”.

Sulla Resistenza e sull’antifascismo (che appaiono valori minoritari):

“ I valori della Resistenza, dell’antifascismo, della Costituzione li abbiamo relegati in una teca di vetro, trasformati in una liturgia della retorica o della nostalgia”. Non possiamo essere uniti “nell’assenza di giudizio, come se fossero uguali le ragioni da una parte e dall’altra…Non mi sento unito con le ragioni dei fascisti, mi sento unito con le ragioni dell’antifascismo”.

Perché non ci siamo coralmente riconosciuti nei valori dell’antifascismo:

Una ragione è che “è stata uccisa la storia di uno sposalizio fortunato tra la parola Libertà e la parola Lavoro. Il fascismo è la risposta delle classi dirigenti in Italia al fatto che il mondo del lavoro, i cafoni della mia terra… cominciavano a prendere confidenza con la parola libertà…Con Berlusconi abbiamo assistito alla più spettacolare operazione culturale: il divorzio tra la parola Lavoro e la parola Libertà. Il lavoro è stato marginalizzato… con la precarizzazione del lavoro ognuno cerca con ansia ed inquietudine l’orizzonte del proprio destino individuale, non c’è un destino corale, collettivo. La libertà può essere quella esplosione pirotecnica di consumismo, di mercificazione…in cui sei libero di comprare uno dei …mille barattoli di omologazione che si vendono in un mondo ridotto alla forma di supermercato”.

L’altra ragione è legata al “progressivo cedimento ad un vocabolario, ad un linguaggio”, a parole feroci, cattive, ai codici della discriminazione e dell’intolleranza, cui tanta gente perbene a poco a poco comincia ad assuefarsi.

Berlusconi:

“Non ci siamo accorti che Berlusconi, molto prima che della politica, è un problema della cultura: Berlusconi non ha vinto nelle tribune elettorali, ha vinto nel corso di alcuni decenni nella trasformazione dell’immaginario; B. è la proiezione sulla scena pubblica del linguaggio del reality e della fiction. Non si può immaginare di vincere contro Berlusconi ed il berlusconismo semplicemente con una campagna elettorale, ma con una lunghissima campagna civile e culturale”.

Il Centro-sinistra nel panico:

“E’ possibile che il Centro-destra vince le elezioni regionali ed amministrative ed il Centro-sinistra non solo ha il coplo della sconfitta, ma il doppio colpo della cancellazione della sconfitta: non se ne accorge?”. Vendola dice che nel Centro-destra si è rotto il partito di plastica ed è venuta fuori una contesa tra due Destre, e “la reazione del Centro-sinistra è di panico” rispetto ad eventuali elezioni anticipate. “Non bisognerebbe avere paura…se si fosse capaci di essere un’alternativa, ma il Centro-sinistra ancora oggi non è un’alternativa”. Esso assomiglia al “contadino che va in campagna quando è tempo di raccolto; non trova niente e s’indispettisce…non sa che bisogna dissodare il terreno, bonificare, concimare, fare una buona semina e poi fare un buon raccolto….Il problema non è trovare un leader videogenico, fotogenico, sagace, con le battute giuste, con la capacità comunicativa, pubblicitaria…è che il berlusconismo è un’egemonia culturale, perché ha ucciso l’idea della politica…La politica è diventata una delega in bianco al leader carismatico… Per vincere il Centro-sinistra non deve immaginare un Berlusconi rosso, ma un popolo che dice no,…esiste la democrazia partecipata…”


Sciopero dei ricercatori

21 marzo 2010

Il loro contratto li impegna a svolgere attività di ricerca, invece sono “usati” per coprire corsi di laurea prestando servizio di docenza per quattro soldi. Con la riforma Gelmini il loro futuro è un punto interrogativo.

http://www.repubblica.it/scuola/2010/03/21/news/universit_cattedre_vuote_lo_sciopero_dei_ricercatori-2798883/


Scuola, A Bolzano riforma superiori slitta a 2011: tempi stretti

17 marzo 2010

Roma, 15 mar. (Apcom) – La Provincia di Bolzano chiederà al governo lo slittamento di un anno per l’applicazione in Alto Adige della riforma della scuola superiore: la decisione è stata resa nota dalla stessa giunta provinciale, attraverso un comunicato ufficiale, al termine della seduta odierna.

“La relativa normativa – si legge nella nota emessa dalla giunta di Bolzano – non è ancora entrata ufficialmente in vigore e la Provincia non riuscirebbe a disporre in tempo dei sei mesi previsti per recepire la normativa con legge propria e per redigere i nuovi programmi”.

E poiché i tempi per l’attuazione dei nuovi regolamenti sui nuovi istituti liceali, tecnici e superiori sarebbero troppo stretti, la giunta ha annunciato che esprimerà ufficialmente al governo “la richiesta di far slittare l’applicazione della riforma all’anno scolastico 2011/2012”.

di Apcom

QUALCOSA ARRIVERA’

8 settembre 2009

DEDICATO AI DISOCCUPATI, AGLI INOCCUPATI ED AI PRECARI.